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Nucleo industriale di Bazzano, un cimitero di fabbriche

di Francesca Marchi

Ci sono spazi vuoti, strade libere, capannoni in abbandono.

Altre aziende in funzione che invece resistono alla crisi.
Altre che si espandono.

Lavoratori in cassa integrazione, a orari ridotti, altri più fortunati che non si augurano la stessa sorte.

Il nucleo industriale di Bazzano è lo specchio della crisi nazionale.

Percorrere le strade della zona oggi, equivale a fare un viaggio in una enorme zona, vuota di lavoro ma piena di capannoni.

E’ un giorno feriale, un giovedì lavorativo. Eppure c’è poco movimento.

Le auto sono numerose solo nella zona del Tribunale.

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Anche i bar, le tavole calde combattono con questa sorta di spopolamento.

«Non si lavora più come prima. Anni fa, prima del terremoto, si faceva cassa soprattutto nella fascia oraria del pranzo. Oggi è impensabile» – ci racconta un barista.

La crisi affonda le sue radici molto prima del 2009.

Insieme a un dipendente, di una delle realtà che restano in piedi, facciamo un resoconto della situazione.

Si contano una ventina di aziende chiuse negli ultimi 10 anni. «Il terremoto ha solo accelerato e fatto precipitare la situazione» – ci spiega.

Le aziende più esposte alla crisi hanno cominciato a chiudere o a trasferirsi intorno agli anni 2007-2008.

«La Edimo che è stata la grande realtà del nucleo di Bazzano si è spostata in un’altra area,

il lanificio Margherita insieme agli altri che costituivano il polo d’eccelleza per la produzione dei filati, la Becker polveri, l’ Albertani, la Carteco hanno chiuso prima del sisma».

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In quegli anni comincia il vero spopolamento. Poi il terremoto.

La Centrale del Latte che forniva zone e caseifici anche lontani ha dovuto fare i conti con i danni agli impianti causati dal terremoto.

All’inizio si è occupata solo dello stoccaggio del latte, per un periodo anche dell’imbottigliamento, è stata costretta a chiudere per ristrutturare i locali e

sta per riprendere a tutto tondo la sua attività produttiva.

L’Intercompel non cè più e insieme a essa tanti posti di lavoro. Qualcuno ce l’ha fatta. La Vibrocementi, la Vibac (ha superato la crisi e la dura parentesi di cassa integrazione), la Filmet, la Rossini sono realtà solide che esistono dalle origini del nucleo industriale.

La Otefal invece , interessata dai lavori di ristrutturazione che terminano a fine estate, programma il rilancio occupazionale.

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Sulla parte della zona industriale che si affaccia sulla statale 17 le cose sembrano andare meglio.

Tranne che per la storica emittente televisiva TvUno che smette di trasmettere proprio un anno fa.

E altre attività nate dopo il terremoto e chiuse nel giro di pochi mesi, forse in questo caso anche a causa di investimenti sbagliati.

Poi ci sono i piccoli centri commerciali, i negozi, i supermercati. E lì sì, c’è più movimento. Nulla a che vedere con il silenzio che regna all’interno del nucleo industriale.