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Dalla ceramica all’aglio, 50 sfumature d’Abruzzo

di Gioia Chiostri

Dall’argilla sinuosa di Castelli al terriccio robusto e nutriente della Valle Peligna: strade nuove sogliono spalancarsi al viaggiatore che semina volontà e macina talento per sopravvivere alla povertà sognatrice di oggi. Questa è la storia di chi, alla morte del lavoro, ha opposto la vita di Madre Natura. Ieri, nella località fiabesca di Castel del Monte (L’Aquila), 1346 metri sul livello del mare, Dino Marchegiani, 43enne di padre teramano e ultimo vagito di cinque figli nati e cresciuti sotto il segno dell’arte tradizionale abruzzese, ha esposto sul banco delle prelibatezze nostrane i famosi agli rossi di Sulmona, coltivati dalle sue stesse mani e da quelle di sua moglie, Katiuscia Trio, proprietaria di una neonata azienda agricola sita proprio nella conca naturale della Valle Peligna.

E fin qui, nulla di strano. Ma la chiacchiera fra uomini viventi in un 2015 tempestato di lacrime e sangue, ha portato allo svelamento di un’altra realtà: l’agricoltura vissuta come via di fuga da un passato ceramico di non facile accoglimento nel mondo delle tasche vuote di adesso.

{{*ExtraImg_250207_ArtImgRight_300x223_}}«Io ero, un tempo, un ceramista – racconta a [i]IlCapoluogo.it[/i] – l’ultimo di ben quattro generazioni. La mia famiglia aveva un laboratorio di ceramica ubicato nella Valle Peligna, a Sulmona. Due anni fa, però – racconta Dino – lo abbiamo chiuso per colpa della crisi. Una scelta difficile, questa, a cui ripenso ogni giorno della mia vita. Con l’arte della ceramica, un talento esercitato insegnatomi proprio da mio padre, in pratica, non si lavorava più: tristezza, questa, che giudico un vero peccato. L’arte della ceramica è una sapienza artigiana abruzzese che ha bisogno di essere tramandata, ma è anche vero che, oggigiorno, non basta più per campare degnamente. Così, a quel punto, mi venne in mente l’idea di tornare a coltivare la terra e a partorire guadagno con le mie stesse braccia. Io e mia moglie ci siamo reinventati praticamente contadini: oggi, lei ha messo in piedi un’azienda agricola, sita nella località di Pratola, in via Cerrano, dal nome ‘[i]La dispensa dei sapori[/i]’, nella quale io lavoro e che sembra andare, per fortuna, piuttosto bene».

Il padre di Dino, maestro ceramista come quelli di una volta, era originario di Pineto, ma artista in gamba forgiato sotto il sole di Castelli, patria delle ceramiche d’elité. 44 anni fa, nel 1971, prese la decisione di trapiantarsi a Sulmona con moglie e cinque figli al seguito per dar vita, nella Valle Peligna, ad un laboratorio di argilla ‘magica’. «Io ho incominciato a lavorare l’argilla all’età di 10 anni, assieme alle mie quattro sorelle, due delle quali nate in Svizzera».

{{*ExtraImg_250208_ArtImgRight_300x223_}}Il laboratorio a conduzione familiare dove è cresciuto Dino si sostanziava di una vera e propria catena di montaggio umana: «Io e le mie sorelle coprivamo tutte le mansioni consone della fattispecie, dalla foggiatura dell’argilla alla decorazione. Ricordo con estrema nostalgia quella vita fatta di soddisfazione creatrice; in Ceramica, la vera ‘arte’ difficile è connessa al dare vita a due esemplari simili: come un servizio completo di bicchieri, ad esempio. Vivevamo di lavori commissionati: negli anni ’80, al tempo della massima espansione di questo settore, la vita era diversa». Il laboratorio ha tenuto banco fino agli anni ’90, in seguito: la decrescita avvilente.

Tasse asfissianti, affitti troppo alti, costi esagitati hanno portato Dino e la sua famiglia a voltare le spalle al loro glorioso passato da ceramisti. «Questo avvenne, all’incirca, nel mese di novembre di due anni fa. Una decisione presa con la morte nel cuore. Con vari ettari di terreno presi in affitto, abbiamo dato vita, si può ben dire, ad un’altra vita». Perché la scelta dell’aglio rosso? «Perché è – taglia corto Dino – l’essenza di Sulmona».

{{*ExtraImg_250206_ArtImgRight_300x223_}}Dino e sua moglie, oltre al famoso aglio color rubino, hanno scelto di mettere in piedi anche il mercato degli orapi, prodotti schiettamente abruzzesi e «vera prelibatezza che suole crescere spontanea in alcune zone ben precise della nostra montagna. Noi li andiamo a cogliere in un luogo di nostra conoscenza, dopo aver percorso circa 13 chilometri a piedi. Successivamente, li lavoriamo per i nostri clienti, nella forma o di sottolio o di crema spalmabile o anche di pesto buonissimo, con l’aggiunta, in merito a quest’ultimo, di parmigiano e pecorino. L’orapo è un prodotto stagionale: si raccoglie, di fatti, a partire dal mese di maggio, fino a quello di luglio. L’aglio, invece, si pianta nel mese di novembre; per tre o quattro mesi resta, per così dire, ‘in silenzio’. Da marzo in poi, fino almeno al 19 di giugno circa, giorno di San Giuseppe, in concomitanza con lo spuntare della fogliolina, si incomincia a sfruttarlo. A ciò, proponiamo come cornice le nostre marmellate, tutte realizzate ovviamente con frutti coltivati e curati da noi», spiega Dino. Out: addensanti, conservanti e coloranti. La marmellata più particolare di loro produzione è quella al sambuco, la quale vanta delle proprietà «organolettiche fantastiche; aiuta, ad esempio, a combattere le malattie cardiovascolari». Da citare anche il caco sott’olio, frutto di una tipica ricetta siciliana, che si utilizza, in special modo, nell’insalata mista al posto delle classiche fette di arancia.

Com’è stato il passaggio da ceramista ad agricoltore? «Il passaggio è stato semplice, in realtà, grazie ad un discorso di tipo territoriale. Noi, infatti, abitiamo in un posto meraviglioso quale la Valle Peligna, una conca che aspetta solo di essere coltivata. Io e mia moglie abbiamo tanta buona volontà e ci è sembrato semplice, al giorno d’oggi, tornare a fare gli agricoltori. Ripartire dalla terra? Una scelta obbligata, ma di piacere. Argilla, sole, acqua e vento, infatti, sono gli ingredienti della vita dell’essere umano delle origini; in questo 2015 abbiamo solo ripreso in mano le tipiche ‘parole d’ordine’ di Madre Natura. L’aglio di Sulmona è l’oro a portata di zappa, praticamente: è più digeribile rispetto all’aglio normale, dura di più a livello di tempo (10 mesi circa) ed è un ottimo stabilizzatore di pressione e antibiotico naturale».

Nel 2015, la Politica, soprattutto regionale, ha lanciato una sorta di sfida ai giovani imprenditori abruzzesi: se non si può raggiungere il cielo con una laurea specialistica, si impari a sfruttare la ricchezza della terra.

Si può o si deve ricominciare da qui? «I giovani – risponde Dino – potrebbero, secondo me, perché all’aria aperta non si è condizionati da alcun tipo di orario. {{*ExtraImg_250209_ArtImgRight_300x223_}}E poi devono, perché nella conca della Valle Peligna, laddove cioè matura l’aglio rosso, esistono ancora tanti terreni abbandonati a sé stessi, senza alcuna funzione. L’area sulmontina non è sfruttata come la Marsica: c’è ancora tanto da fare e da produrre. Noi, ad oggi, riforniamo anche alcuni negozi della zona e popoliamo fiere e mercati regionali e non, come quello di Leonessa, in provincia di Rieti o quello di Varese, che si tiene nel mese di ottobre. Non dico che quello dell’agricoltore sia un ruolo comodo: in fondo, si lavora a stagioni, pressoché dal mese di giugno a dicembre; dopodiché, se la fortuna gira, bisogna vendere e vedere come va. Il nostro asso nella manica? La passione, sicuramente, come in tutte le cose, accoppiata al sacrificio e, ovviamente, alla buona volontà: madre di tutte le aziende, che, nonostante tutto e tutti, riescono comunque a farcela».

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