IlCapoluogo.it - L'aquila News: notizie in tempo reale di Cronaca, Politica, Stefania Pezzopane, Massimo Cialente, Pierpaolo Pietrucci,Collemaggio

Dalla Ceca alla Ue, Europa ancora da costruire

di Fulgo Graziosi

Eravamo ancora ragazzi quando, nel 1950, si cominciò a parlare dell’Europa.

Il vecchio continente era diviso e sull’orlo di una devastante crisi economica. Nel 1951 prese vita la CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio). Non si erano ancora spenti gli echi dei bombardamenti ed erano evidenti, nella completa interezza, le ferite riportate dalle città, dai paesi, dalle infrastrutture della viabilità e da quelle produttive. Una volta al mese ci veniva impartita una lezione sulla nascente Comunità e, di tanto in tanto, facevamo un compito in classe sull’argomento (le attuali tesine) per verificare se avessimo assorbito almeno parte delle informazioni ricevute. Si avvertiva la necessità di ricostruire l’economia europea e, soprattutto, di garantire una pace consolidata. Anche in questa occasione, però, si partì con il piede sbagliato.

Infatti, un asse franco tedesco cercò di imporre la produzione del carbone e dell’acciaio sotto il protettorato di una Autorità comune, in previsione di una organizzazione accessibile agli altri paesi europei. Fortunatamente ben sei nazioni raccolsero la sfida e si cominciò a parlare della stesura di un trattato per regolare la materia. Il trattato che istituì la CECA venne firmato a Parigi il 18 aprile 1951. L’Europa cominciò a muovere i primi passi verso l’unione. Per la prima volta i sei Stati fondatori della CECA rinunciarono, anche se in maniera limitata, ad una parte della sovranità a favore della Comunità. Comunque, non tutti erano convinti sulle proiezioni positive delle azioni della CECA.

La conferenza di Messina del giugno 1956 offrì motivi e spunti per il rilancio della CECA e, in quell’occasione, prese corpo l’idea della creazione di un mercato comune europeo. L’Europa iniziò a pensare anche all’impiego di risorse energetiche alternative, in previsione della eventuale riduzione di quelle tradizionali. Nell’aprile del 1956 vennero portati all’attenzione dei Paesi aderenti alla CECA due progetti che, in qualche modo, rispondevano alle aspettative degli Stati: l’istituzione di un mercato comune generalizzato e l’istituzione di una comunità dell’energia atomica (EURATOM). A questo punto l’Europa si avvia verso la realizzazione di uno dei più grandi progetti storici, fondato su positivi principi che avrebbero dovuto creare una vita politica unitaria e il libero commercio tra i Paesi aderenti.

Successivamente, i trattati di Roma portarono alla istituzione della CEE. Questa, dopo il fallimento dei progetti di integrazione di ampio respiro, costituì la vera piattaforma sulla quale venne edificato il MEC (Mercato Europeo Comune). La nuova configurazione dell’Europa si basava su quattro pilastri portanti: libera circolazione delle persone; libera circolazione dei servizi; libera circolazione delle merci e libera circolazione dei capitali. Con il MEC si volle creare uno spazio economico unificato, con condizioni di libera concorrenza tra le imprese, permettendo di riavvicinare le condizioni di scambio dei prodotti e dei servizi.

Nel 1979 si cominciò a parlare del sistema monetario europeo per cercare di mantenere una parità di scambio prefissata. La Gran Bretagna non aderì all’accordo. Prima mina vagante della stabilità europea. L’adozione dell’Euro provocò in Italia un vero e proprio disastro. La totale assenza dello Stato e delle Istituzioni fiscali di controllo comportò l’equiparazione della moneta europea non a duemila lire circa, bensì a sole mille lire. Tutti tacquero. Nessuno raccolse le lamentele e le proteste dei cittadini. I commercianti fecero lucrosi e poco leciti guadagni, con il vergognoso silenzio degli organi fiscali e politici del Paese. Inoltre, effetto ancora più disastroso, l’elevata quotazione dell’Euro rispetto al Dollaro finì col favorire la politica americana delle esportazioni a totale danno di quella europea.

Con il trattato di Maastricht del 1992 l’Unione Europea comincia a muovere i primi passi, con le seguenti importanti finalità: garantire la libera circolazione di persone, merci, servizi e dei capitali all’interno del proprio territorio; promuovere la pace, il valore e il benessere dei Paesi aderenti; lottare contro l’esclusione sociale e la discriminazione; favorire il progresso scientifico e tecnologico; mirare alla coesione economica, sociale, territoriale e solidale tra gli stati membri. Le competenze, quindi, spaziano dagli affari esteri alla difesa, alle politiche economiche, all’agricoltura, al commercio e alla protezione ambientale. In alcuni di questi casi le funzioni della UE la rendono simile a una federazione di stati. In altri settori, invece, la UE è più vicina a una confederazione, per esempio per gli affari esteri, o a una organizzazione politica sovranazionale, come per la politica estera.

Fino a questo momento abbiamo realizzato un gigante continentale con i piedi d’argilla. Comunque, gli entusiasmi dei cittadini europei hanno raggiunto il cielo. Le delusioni, però, non tardano ad arrivare. La libera circolazione delle merci all’interno del continente è del tutto virtuale, poiché viene spesso contingentata, come la produzione dell’acciaio, degli agrumi e l’assegnazione delle quote latte, tanto per citare quelle più evidenti. Per cui il nostro Paese, attore e protagonista del progetto di unificazione europea, è costretto ad adeguarsi, riducendo la produzione dell’acciaio, degli agrumi e del latte. In questo modo l’Europa non ha fatto altro che favorire l’importazione degli stessi prodotti dai Paesi orientali.

Ci ha puniti, spesso e volentieri, per non aver rispettato le condizioni di salvaguardia ambientale, esercitando pienamente il ruolo egemonico federativo. Non ci ha difeso, anzi ci ha lasciati soli, in occasione della invasione dei profughi balcanici e poi di quelli dell’area Mediterranea dell’Africa. Sono affari che non riguardano l’Europa. Il problema lo devono affrontare e risolvere gli stati frontalieri.

Verrebbe da chiedersi che tipo di Europa abbiamo costruito. Infatti, la vecchia configurazione geografica dell’Europa è rimasta inalterata. Manca totalmente la struttura politica della UE, con la conseguente tassativa definizione dei confini territoriali dell’UE. Allora, sorgono spontanei alcuni dubbi sulla utilità e sulle funzioni del Parlamento europeo e delle varie realtà istituzionali. Si potrebbe avere la certezza sulla totale assenza di uno Status giuridico. Ma, così non dovrebbe essere. Anche se, nella realtà, si razzola veramente male, come nel caso degli aiuti alla Grecia.

Le modalità degli aiuti non vengono determinati dal Parlamento europeo, ma dalla rappresentante di un unico Stato membro e, guarda caso, proprio di quello Stato che negli anni quaranta è costato molto al vecchio continente, anche nella fase di riunificazione della Germania. Non soltanto si oppone ostinatamente, ma continua ad ignorare, con la massima disinvoltura, anche i superiori richiami del Fondo Monetario Mondiale e dei suggerimenti della presidenza della BCE. Secondo questo Paese la Grecia dovrebbe morire a tutti i costi. Appare quanto mai inutile concedere a rate un prestito che dovrà restituire gravato della onerosa quota interessi. Occorrerebbe, invece, ristrutturare, o rimodulare, il debito complessivo se si vuole consentire alla Grecia di trarre un respiro di sollievo e di guardare avanti, verso la mèta della ripresa socio economica. Se non si arriva alla metabolizzazione di questo concetto, il prestito concesso agli ellenici servirà esclusivamente per pagare le rate dell’oneroso debito in essere. Inoltre, non si può imporre l’adozione di pesanti e deterrenti, imposte e tasse, che, praticamente, finiscono col mettere veramente in ginocchio una economia dai precari equilibri.

Il Parlamento europeo, prioritariamente, dovrebbe recuperare ruoli e funzioni istituzionali, di cui è stato espropriato. Dovrebbe restituire la pari dignità ai Paesi membri. Dovrebbe chiarire, in maniera inequivocabile la parità politica, sociale e economica degli Stati membri, senza alcuna eccezione e, a tal proposito, dovrebbe imporre alla Gran Bretagna la totale appartenenza alla UE o la libera scelta di uscirne completamente. Forse dovrebbe eliminare le fughe in avanti di alcuni Paesi, o l’aggiramento di norme non troppo precise, come l’imposizione della realizzazione dei latticini con l’impiego delle farine di latte, di cui alcuni Paesi della UE che, eludendo le imposizioni delle quote latte, dispongono di notevoli scorte. In questo modo non si capisce quale sorte debba avere la produzione del latte nei singoli Paesi che, fino ad oggi, hanno rispettato le quote fissate. Sarebbe meglio che la UE orientasse l’esportazione delle farine di latte, a prezzi sociali, verso quei Paesi che ne hanno assoluta necessità. Non sarebbe affatto sbagliato se la UE pensasse concretamente a disciplinare e difendere le produzioni e le potenzialità del proprio territorio, senza perdere di vista gli scambi internazionali. Così come si presenta oggi, non è certamente l’Europa che avremmo voluto. Forse, la UE è una realtà che dobbiamo ancora progettare e costruire, ma se continueremo a perdere tempo, finiremo per realizzare non una federazione, o confederazione, europea, ma un vero e proprio stato totalitario, dominato dalla potenza economica di qualche Paese.

La Grecia è uscita sconfitta da questa lotta titanica, ma ha dato una lezione di etica politica e sociale al Parlamento Europeo che non vorremmo far vanificare nei meandri delle varie sedi della UE. Siamo ancora nel pieno di una grande recessione che affonda le radici negli anni settanta, alla formazione della quale hanno concorso la deregolamentazione finanziaria, la creazione di nuovi strumenti finanziari, i progressi informatici, l’aumento della frequenza dei flussi finanziari, la liquidità dell’economia internazionale, l’aumento del costo del petrolio. Questi fattori, in definitiva, hanno prodotto un rafforzamento del ruolo della finanza internazionale all’interno del sistema economico, con perno sulle maggiori piazze borsistiche globali, tanto che, ancora oggi, il peso economico dei prodotti finanziari risulta superiore in larga misura a quello della produzione mondiale.

Appare quanto mai necessario e urgente che la UE si dia una precisa connotazione in base ai principi già codificati in precedenza e, cioè, la libera circolazione di persone, merci, servizi, capitali, definizione dei confini geopolitici della UE, promozione della pace, dei valori e del benessere dei Paesi aderenti, lotta contro l’esclusione sociale e la discriminazione, favorire il progresso scientifico e tecnologico, finalizzare gli impegni politici alla coesione economica, sociale, territoriale e solidale tra gli stati membri, riforma del sistema bancario con unificazione della normativa e del funzionamento nell’ambito della UE. Dopo di che potremo cominciare a parlare seriamente di Unione Europea.

X