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La Corte dei Conti brucia D’Alfonso

Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, recita l’antico proverbio. E di sordi di questa specie deve essere piena la Regione Abruzzo, se dopo la tegolata della Corte dei Conti le prime “reazioni” degli amministratori regionali sono improntate alla minimizzazione, alla sicumera, al fare finta.

Eppure la tegolata c’è, è evidente, e c’è poco da svicolare e minimizzare come si affannano a fare l’assessore Paolucci ed il Presidente del Consiglio Di Pangrazio.

La lista delle contestazioni fatte dalla Corte ai vertici regionali è pesantissima, è lunghissima, è scandalosa. Disegna un quadro regionale, sia politico che amministrativo, fatto di menefreghismo, intriso di pressapochismo, illuminato da comportamenti omissivi se non apertamente dolosi.

C’è poco da minimizzare, c’è invece molto da chiarire da parte della Regione.

La sentenza evidenzia una serie impressionante di inadempimenti talmente vasta e talmente grave da aver spinto magistrati notoriamente seri e prudenti, come quelli della Corte dei conti, a chiedere al Governo di valutare la possibile applicazione della pena massima per questi casi, ovvero lo scioglimento del Consiglio regionale, pure considerata la pervicace ed ostinata volontà da parte della Regione di non rispettare i principi fondamentali della finanza pubblica e della trasparenza contabile, nonostante le sollecitazioni ricevute più volte in tal senso dalla Corte stessa.

C’è poco da minimizzare, c’è invece molto da vergognarsi.

E stufi di vergognarsi di essere abruzzesi sono i cittadini di questa disgraziata regione che, ormai da anni, è preda di una sistematica malagestio della cosa pubblica, contrassegnata da una serie infinita di scandali, ruberie di ogni genere e regalie clientelari. Siamo studi di essere considerati dagli italiani normali come pecore nere superstar, perché come dice la Corte il disastro contabile che si è visto in Abruzzo negli ultimi quattro anni non si rileva in nessuna altra Regione dello stivale.

Ora sarà il Governo a decidere se sciogliere o meno il Consiglio regionale, ma non è questo il punto. Comunque vadano le cose, la frittata è fatta, la tegola ha colpito, l’immagine del Governatore D’Alfonso – che per ora tace – ne potrebbe uscire irrimediabilmente compromessa. La Regione “facile” della campagna elettorale è diventata “facilona”, e D’Alfonso rischia davvero di perdere la fiducia da parte delle istituzioni nazionali, e la fiducia è un capitale indispensabile per dar corso ai sogni di gloria che lo vedono proiettato verso un futuro di Ministro o Sottosegretario.

Ora per D’Alfonso è il momento delle rapide scelte. Può accollarsi la croce, ed allora il suo destino sarà segnato, oppure può legittimamente richiamare all’ordine chi poteva operare e non ha operato, chi poteva fare e non ha fatto. Sono due gli anelli deboli della catena di comando e controllo che ha portato a questo sfacelo: l’assessore e la presidenza del Consiglio. Paolucci è un ottimo e preparato assessore, ma aveva ragione chi sin dall’inizio della legislatura ha osservato che è impossibile seguire insieme due deleghe pesantissime, come la Sanità ed il Bilancio. La delega di Bilancio, a questo punto, dovrebbe essere assegnata ad un tecnico, con il solo scopo di rendere alla Regione la perduta credibilità.

E poi c’è il problema del Consiglio, sulla cui funzionalità già da mesi si sollevano molti dubbi. Il vertice del Consiglio c’entra eccome, in questa brutta faccenda. Per legge e statuto, il Consiglio regionale è depositario delle funzioni di controllo. Funzioni di controllo che hanno ad oggetto l’attività posta in essere – o in questo caso non posta in essere – dalla Giunta regionale, l’analisi dell’attuazione delle leggi, la valutazione degli effetti delle politiche e la verifica del raggiungimento dei risultati previsti. In questa grave vicenda, insomma, il Consiglio è apparso quanto meno distratto, per non dire supino agli ordini dell’esecutivo, per non dire di peggio.

Insomma, per farla breve, D’Alfonso non può restare silente ed inerte di fronte alla sentenza della Corte dei conti. Potrà forse salvare le penne, e risarcire la sua immagine, se riassegna la delega al Bilancio e se apre una serissima riflessione, in seno alla maggioranza, sull’efficienza e sull’efficacia della conduzione del Consiglio regionale. Non ha alternative, l’inerzia lo distruggerebbe, anche perché la vicenda mostra pure un gravissimo malfunzionamento nei rapporti giunta-consiglio che, inevitabilmente, andrebbe in futuro a ripetersi. E questo D’Alfonso non può davvero permetterlo: e[i]rrare humanum est, perseverare autem diabolicum…[/i]

di L. S.