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L’insegnamento pagato con la vita

di Alfredo Vernacotola

Ventitré anni fa veniva brutalmente ucciso in un attentato dinamitardo il magistrato antimafia Paolo Borsellino.

Chi scrive all’epoca era poco più che bambino, affacciandosi alla pubertà che rende consapevoli di quali siano i valori cui dare spazio nella vita.

La morte di Borsellino fa seguito a quella di Giovanni Falcone; non paghi di quanto accade nel mondo mafioso, un’intera classe politica viene distrutta, creando un nuovo ordine che finisce con l’imbarbarire quanto di positivo è rimasto in un paese che vede perdere i riferimenti usuali, quello Stato che non riesce più a preservare il cittadino in quanto si celano giochi di potere tra il meccanismo politico e quello malato della mafia.

Non è questo il momento né il luogo ove avventurarsi nei discorsi riguardo la trattativa Stato–Mafia: un piccolo excursus va fatto. Quando si debella un sistema – quale quello tangentizio – lo si fa per stabilire un nuovo ordine: non è detto che questo nuovo ordine sia apportante forza motrice per relegare il malaffare all’angolo.

Con l’uccisione del magistrato Paolo Borsellino si chiude un’epoca in cui la magistratura di confine è riuscita a condurre a processo i più grandi uomini d’onore che la storia possa ricordare. Volendo fare un confronto con la fine di boss come Al Capone negli anni trenta negli States, si evince subito come la arretratezza del sistema giudiziario italiano non avrebbe mai consentito di incastrare un Riina o un Provenzano sulla base dell’evasione fiscale. In Italia ci sono voluti maxi processi, rivelazioni alquanto bizzarre e il coraggio di Magistrati che non hanno temuto di poter fallire: in psicologia dinamica il fallimento deve essere messo in conto e finisce con l’essere anche una vittoria quando – a distanza di anni – si scopre che il castello accusatorio non poteva reggersi soltanto sul bacio di Tommaso Buscetta, bensì su di un sistema ove il malaffare si è sempre servito della politica per ottenere impunità.

Negli ultimi mesi si è assistito ad uno stillicidio di personalità che – a vario titolo – sono cadute nella rete di quel maledetto 1992 ove il diktat imposto era il superamento delle barriere imposte da chi cercava di cogliere il nesso che legava alcuni fatti.

Ogni azione che tende ad una più adeguata informazione su quanto accaduto oggi vede la riabilitazione di uomini isolati, mediaticamente decapitati per colpe rivelatisi puri castelli di sabbia che soltanto la stessa magistratura è riuscita a debellare: si pensi a Bruno Contrada che ormai ultraottantenne si vede riconosciuta giustizia innanzi a responsabilità che non aveva e non avrà mai rispetto a quanto accaduto in quegli anni.

Paolo Borsellino – come ogni domenica – si recava dalla madre per un saluto: oggi chi scrive si pone un quesito. Possibile che in una via ove vive la madre del magistrato una fiat 126 rimane incustodita per molti giorni? Non vi sono spiegazioni a tutto ciò se non quella che vuole la imprudenza di uno Stato allo sbaraglio.

I falchi – tanto in politica, quanto nella magistratura – esistono perché esistono ali deviate che formano correnti che – segretamente – operano contro lo statu quo.

I due Magistrati (uso la M maiuscola perché ritengo che loro siano stati veri magistrati al pari di Livatino et al., trucidati dalla mafia) vedono andare in fumo anni di ricerche di acquisizioni che hanno però sortito la possibilità di tracciare la linea che unisce la mafia a frange deviate dello stato. Lo stato è asservito, in alcune parti del nostro bel paese, al malaffare. Si è ritenuto che tangentopoli avesse chiuso il meccanismo distruttivo del do ut des: in realtà è arrivata la mafia dei colletti bianchi che con il fare finanziario ha nobilitato ciò che è nato come difesa dei propri poderi.

Si è distrutta una classe politica: sparita la DC, sparito il PSI. Quale è stato il risultato? La perdita di freni inibitori per cui si arriva ad un tal di nome Carminati che detiene il controllo della capitale della repubblica, e non del regno. Perché se fosse possibile fare ironia ciò che accade oggi in Italia ha a che fare con quanto accadeva nel medioevo: piccoli feudi preservati da chi? Dall’uomo politico che siede in parlamento e si fregia di condanne o processi.

I magistrati morti a Palermo, Aldo Moro e tutte le vittime del terrore mediato dallo Stato hanno insegnato a chi scrive che non bisogna aver pregiudiziali di merito, in quanto ogni tassello andrà al posto giusto se dovessero cadere i segreti di stato.

Concludo ricordando che a partire dalle stragi, passando per Moro, l’assassinio Dalla Chiesa, attraverso la distruzione di una classe politica, arrivando fino alla legittimazione di Andreotti come uomo politico non asservito alla Mafia, concludendo con Contrada riconosciuto estraneo ai fatti di cui lo si accusava, al pari del Capitano Ultimo, lasciato solo, l’Italia ha mostrato una falla nel sistema: la sete di potere.

Per evitare di cadere nuovamente sarebbe meglio ricordare ogni Paolo Borsellino e non strumentalizzando ogni momento il passato, glorioso passato di uomini di stato.

Ovunque tu sia, Paolo Borsellino, la tua opera è continuata da altri Grandi Uomini.