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Gran Sasso, il viaggio dell’eterno pellegrino

[i]Fotografia Vincenzo Battista[/i]

di Vincenzo Battista

[url”Leggi la prima parte”]http://ilcapoluogo.globalist.it/Detail_News_Display?ID=121540&typeb=4&Loid=153&imparare-a-ripartire-e-ricominciare-il-mio-viaggio-nel-gran-sasso-[/url]

Seconda parte

Un’economia in movimento, contrassegnata dai marchi, simbolo di riconoscimento, di appartenenza economica. Ma non solo. Per ovviare alla piaga dell’abigeato, il pastore, per riconoscere i propri animali tagliava ad ogni capo un pezzo di orecchio. Tagli diversi distinguevano gli animali quando i pastori li riunivano in un unico gregge condotto al pascolo.

Bisogna risalire i rilievi, per controllare il paesaggio, che sempre si modifica, fino alle soste dove il sale viene steso sulle pietre affioranti dal terreno, per rendere il formaggio, dopo la mungitura dei capi di bestiame, più prezioso.

La difesa dell’animale dai morsi dei lupi non avviene solo attraverso i collari di legno di faggio, ma anche con una rappresentazione simbolica di elementi apotropaici incisi sul legno. Questi affermano la necessità di protezione contro il lupo, il male, di scongiurarlo.

Lo scambio, il baratto, hanno esercitato per secoli una funzione essenziale. Gli animali venivano scambiati con il grano, uno dei prodotti agricoli più importanti per la vita e la sussistenza delle famiglie contadine. La “natura” veniva barattata, senza intermediari, perché essenziale e universalmente accettata.

Il bosco, luogo della diversità del paesaggio, dove risiedono i miti popolari; eventi e accadimenti negativi della cultura migratoria, nei racconti e nelle storie fantastiche ne hanno perimetrato la geografia, a differenza dei grandi spazi aperti, le grandi distese dei prati del pascolo. Nel bosco sono state allevate le leggende e il mito è cresciuto e si è propagato. Si attraversa presto, in fretta, perché lì in quel luogo della diversità, si può nascondere il lupo. Il gregge si tiene stretto, compatto, con il lavoro dei cani “paratori”, mentre gli abruzzesi-maremmani si sono messi ai lati, quasi in formazione. Il pastore si porta in coda per controllare l’attraversamento del bosco. E’ il momento più temuto. I lupi scelgono il bosco per l’attacco al gregge, per sottrarre la preda. Hanno seguito la mandria e selezionato forse l’animale. Aspettato. Si acquattano fino al labbro dei dossi che scendono sul sentiero. Sale la tensione, i cani sono distratti dalla fitta vegetazione; fischi, richiami e gesti del pastore muovono i cani e spingono la mandria: i lupi possono strisciare, afferrare e trascinare via la preda in un anfratto, dietro la formazione delle rocce. E’ un attimo: poi torneranno a mangiarla.