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Liquorificio d’Abruzzo, il cuore dolce-amaro dell’Appennino

di Gioia Chiostri

Bastoncini di liquirizia biologica calabrese in infusione nella grappa più sincera. Coltivazioni di genziana ad Antrodoco, auto-custodite e curate. All’angolo fra i monti appenninici più selvaggi e la tradizione abruzzese più vera, è di casa un laboratorio di sogni liquefatti. Ad Ovindoli, rinomata zona marsicana turistica, l’Abruzzo del liquore – questo sinuoso e denso senso d’appartenenza ad una terra ricca di costumi del passato, ma mai effettivamente passati di moda – ha trovato la sua casa. Il suo nome è ‘Liquorificio d’Abruzzo’ e, oramai dall’anno 2012, è diventata la meta classica degli amanti del bicchiere di classe. [i]IlCapoluogo.it[/i] è andato alla ricerca di chi, in un giorno qualunque, ha dato senso alle giornate di molti. Come il primo sorso della genziana della casa assaporato in una sera bollente di agosto: il Liquorificio è tutto questo, ma molto più in grande.

Matteo Lorenzoni ci concede un’intervista. L’età media dei custodi del Liquorificio, quattro in totale, parte dai 25 anni per approdare ai 45 anni di età al massimo: praticamente, la fetta di popolazione che, oggidì, secondo gli schietti dati della carta stampata, non troverebbe lavoro. «Noi abbiamo aperto tre anni fa una società Srl, dal nome di ‘Appenninismo’; inizialmente, la società, era nata con lo scopo di approntare vari eventi montani collegati al mondo dello sci-alpinismo. Decidemmo poi, in un secondo momento, di partecipare a due bandi regionali (Fare Impresa 1 e Fare Impresa 2) per dare atto e concretezza alla realtà del Liquorificio: il nostro sogno nel cassetto da molto tempo. Purtroppo però – spiega ancora Matteo – non ce la facemmo in entrambi i casi, ma poco è importato, in fondo, perché il nostro sogno è andato avanti lo stesso». Infatti, i soci non si sono fatti intimidire. «Abbiamo investito in noi stessi, acquistando il locale e le attrezzature. Incominciammo, tre anni fa, a calcare il mercato dei liquori con ciò che ci veniva meglio: genziana e liquirizia».

I ragazzi del Liquorificio – 100 metri quadri divisi per tre sezioni – provengono tutti da ambienti diversificati: in ciò, potrebbe forse racchiudersi parte del loro successo imprenditoriale. Chi dal marketing, chi dalla Radio, chi dal mondo più schiettamente commerciale: varie intelligenze locali, insomma, che, assieme, hanno dato vita ad una forza della natura. Per hobby, i quattro ragazzi già producevano liquori fatti in casa. Un costume, questo, appartenuto a tante generazioni fa e che non ha smesso, comunque, di vivere nelle fasce generazionali presenti. «Noi – spiega ancora Matteo – viviamo tutti e quattro ad Ovindoli, anche se solamente due di noi sono proprio originari del posto. Io, nella vita, sono un maestro di sci, quindi sono stato praticamene adottato dalla cittadina marsicana». Lui, il Liquorificio più alto dell’Appennino, ha intrecciato un gemellaggio con una realtà, quale quella ovindolese, «che risulta essere uno dei pochi posti in Italia, a livello di piccoli comuni, che sta, man mano, sempre più ripopolandosi e non svuotandosi, perché vi è presente, comunque, un giro di giovani che lo vive e non accenna a spegnersi». Si sogna in grande nella Marsica della memoria al cucchiaio.

Sono quattro i soci fondatori della realtà d’Ovindoli: Guido Collacciani, Raina Villa Ada, Enerio Angelosante e , per l’appunto, Matteo Lorenzoni. «Il nostro mercato di riferimento – il quale si staglia un po’ fuori dalla cosiddetta grande distribuzione organizzata – continua Matteo – ci ha accolto bene fin da subito: i primi feedback, riscontrati soprattutto nei mercatini e nelle varie fiere locali, dove le persone assaggiano il prodotto in loco e acquistano le bottiglie, sono stati positivi. Bar di ultima tendenza, enoteche scelte, bar di montagna (i quali acquistano espressamente la mescita) fanno parte del nostro range. Per quanto riguarda la vendita di bottiglie, invece, la nostra ‘piazza’ di riferimento è connessa ai negozi dedicati alla buona enogastronomia».

Due, invece, i cavalli di battaglia dei quattro cavalieri del bicchiere con ghiaccio. «Abbiamo deciso di puntare inizialmente sulla genziana e sulla liquirizia per maggior esperienza di produzione. La genziana, infatti, così come la liquirizia, ha sempre fatto parte della nostra quotidianità di produttori ‘casalinghi’, a partire dalla trasmissione orale della ricetta da parte dei nostri nonni. I due prodotti si riferiscono a due mercati ben distinti, a mio avviso: la genziana, di fatti, è ‘maschile’, mentre la liquirizia è più seducente e adatta ad un palato femminile. Dai primi due prodotti a nuove sperimentazioni, il passo è stato breve: ora disponiamo di cinque liquori, quattro dei quali sul mercato, eccezion fatta per il Liquore al Cioccolato, il quale non contiene anti-addensanti né coloranti, quindi prospetta una scadenza diversa, ma, a breve, dovremmo cominciare con la realizzazione di Timo e Ratafia, attraverso la creazione di tirature limitate da 20 cl da vendere agli stand».

Battezzati, in questa loro coraggiosa avventura da produttori artigianali, al Festival ‘Cioccovindoli’ – dove hanno offerto al gusto altrui il loro inimitabile liquore al cioccolato – e reduci dall’Adunata Nazionale degli Alpini in quel di L’Aquila e dalla Fiera Campionaria di Avezzano, i quattro del Liquorificio non si sono fermati più. Il 21 agosto, non mancheranno l’appuntamento di ‘Ovindoliamo’.

«La nostra forza – dice Matteo – sta nella tradizione. Andiamo, cioè, a produrre, esclusivamente in maniera artigianale, le ricette dei nostri antenati. Nel 70 % delle liquirizie in commercio, ad esempio, si riscontra l’anice; noi invece non usiamo mettere questo elemento nella ricetta base. Abbiamo preferito, di fatti, mantenerci sulla basicità di realizzazione e sulla semplicità: queste due caratteristiche, a lungo andare, ci hanno premiato. L’obiettivo a medio termine è: creare un soft drink alla guisa del Crodino, per intenderci, miscelando la gazzosa assieme alla genziana, ad esempio». Il Liquorificio, quindi, punta tutto sulla tradizione non stravolta, ma affinata. «Molte persone, ad esempio, restano sorprese quando sveliamo che, nella produzione della genziana, inseriamo il vino, ma la vera ricetta ‘della nonna’ dice proprio questo e noi abbiamo deciso di non capovolgerla». Il responsabile della produzione è Raina, il quale è ‘figlio’ della miglior tradizione enogastronomica celanese. Il commercialista, invece, proviene da una famiglia che con la terra ha intessuto un vero rapporto di ‘do ut des’ a livello agricolo. Un terzo membro è cresciuto, ancora, nella culla dell’Hotel Moretti, sito proprio ad Ovindoli, stendardo di una riscoperta della produzione artigiana di vino e olio più squisitamente naturale.

«Io stesso – aggiunge Matteo – sono sempre stato a contatto con l’enogastronomia a cinque stelle»; da ciò, comprendiamo l’assoluta genuinità di derivazione del sogno e delle ricette sostenitrici di esso stesso. Tre aggettivi per i loro liquori? La sentenza è presto detta: «Artigianali, seducenti e svecchianti la tradizione secolare d’Abruzzo. In una frase? Quel liquore che non ti aspetti», afferma Matteo. Il peggior nemico di queste realtà altamente specializzate, però, è il commercio di liquori da contrabbando. «Una grande barriera per chi fa della produzione di liquori un ‘affare’ pulito, è il trovare sulla strada della competizione competitors, appunto, non ‘legali’. In questo modo si vanno a danneggiare prettamente i produttori locali». La bandiera del liquore sano anche dal punto di vista commerciale, sventola alta sul Liquorificio d’Abruzzo.

E quando, in un caldo giorno di fine estate, il barman di fiducia vi servirà un Black Mojito con la Liquirizia d’Abruzzo ‘incastonata’, come una pietra lavica nera, al suo interno, gustatelo con accuratezza. Durante il suo assaggio potreste ritrovare la storia gastronomica dei vostri antenati, miscelata ai più aggressivi tempi moderni di oggi. Matteo Lorenzoni ci lascia con una promessa: «A breve, – conclude – coltiveremo la Genziana proprio ad Ovindoli: la nostra è anche una battaglia spietata contro chi è detrattore del territorio del Parco più bello del mondo. L’Abruzzo vive anche e soprattutto in un fresco sorso di Ratafia a compagno della torta domenicale della nonna».

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