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Droga, arrestato l’imprenditore aquilano perno dell’organizzazione

È stato arrestato, dopo essersi costituito sabato sera, Walter D’Alessandro, noto imprenditore aquilano impegnato nella ricostruzione post terremoto, ricercato nell’ambito dell’inchiesta su un traffico di droga tra Teramo e l’Albania che ha portato a otto arresti e 21 denunce.

Provvedimenti chiesti dalla Procura Distrettuale Antimafia dell’Aquila, che agisce alla luce dell’ipotesi di reato di associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di stupefacenti, ed emessi dal Gip del tribunale dell’Aquila, con le indagini condotte dalla squadra mobile di Teramo.

Come sottolinea il suo legale, l’avvocato aquilano Vincenzo Calderoni, D’Alessandro, secondo l’accusa il perno dell’organizzazione, non si è reso irreperibile, ma era all’estero in vacanza «ed appena saputo dagli organi di informazione dell’ordinanza che non gli era stata notificata, è tornato e si è costituito ai carabinieri dell’Aquila».

Ad eseguire il provvedimento sono stati i carabinieri della Stazione dell’Aquila, diretti dal luogotenente Maurizio Facchini: D’Alessandro è gli arresti domiciliari presso il domicilio indicato a Teramo.

L’attività di spaccio, secondo la ricostruzione degli investigatori, si svolgeva tra Milano e Teramo, grazie al sodalizio criminale di italiani e albanesi, questi ultimi, sempre stando alle accuse, falsamente assunti da D’Alessandro, Con l’uomo sotto accusa altre sette persone di cui tre in carcere e quattro ai domiciliari. Si tratta dei fratelli albanesi Arjian e David Gjini, di 28 e 23 anni, entrambi residenti a Teramo e fino a poco tempo occupati nella gestione di un’attività di autolavaggio, di Adrian George Mare, 30 anni, albanese residente a Teramo,(tutti in carcere) di Paola Marino, 32 anni, residente a Teramo, di Joana Laura Mare, romena di 29 anni, residente a Teramo, dei fratelli Edrin e David Brahimaj, albanesi, entrambi di 38 anni, residenti tra Milano e Varese (tutti ai domiciliari).

L’organizzazione del traffico di droga sarebbe stata gestita dai due fratelli albanesi Gjini mentre l’imprenditore aquilano per i magistrati metteva a disposizione non solo le auto di grossa cilindrata per i trasporti della droga ma faceva anche assunzioni fittizie nelle proprie imprese per regolarizzare la presenza in Italia dei corrieri albanesi.

«Il mio assistito si considera completamente estraneo ai fatti – spiega calderoni -, con particolare riferimento al reato legato allo spaccio di droga».

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