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‘Ma qui la morta poesì risurga’

di Valter Marcone

L’evento “[i]Ma qui la morta poesì risurga[/i]” – itinerario dantesco attraverso la città dell’Aquila con declamazioni di Riccardo Pratesi introdotte da Sandro Cordeschi – si è svolto martedì 17 giugno scorso, su un itinerario da Piazza Palazzo a Santa Maria di Collemaggio, attraverso la scalinata di San Bernardino e Porta Bazzano (Costa Masciarelli).

{{*ExtraImg_246129_ArtImgRight_300x465_}}Un evento organizzato nell’ambito del convegno [i]Nascere Rinascere Ricominciare, immagine del nuovo inizio nella cultura italiana[/i], svoltosi il 17 e 18 giugno. Promotori dell’evento sono stati la Washington Georgetown University, l’Università degli studi dell’Aquila e il Laboratorio Autonomo di Studi antropologici LHASA.

Un itinerario durante il quale Riccardo Pratesi del museo Galileo Galilei di Firenze ha recitato cinque canti della Commedia di Dante. Un itinerario che potremmo definire della compassione condivisa. Un itinerario del potere in comune, un potere insieme. Insieme a Dante.

Perché compassione? Compassione come sentimento raro. Raro perché nella prossimità all’altro, alla sua ferita, è raro che l’esperienza del dolore dell’altro diventi davvero il proprio dolore (e i tragici fatti del terremoto aquilano sembrerebbero dimostrarlo). Ma raro perché, forse, il soccorso può ferire il pudore con cui si nasconde la sofferenza; perché essere compassionevoli può ferire l’altro che non si ritiene capace di sopportare l’afflizione; perché può esserci compiacimento nel soggetto compassionevole; perché a volte sentirsi immuni dal dolore degli altri rende fievole l’ansia per il pericolo che tutti comunque ci sovrasta.

{{*ExtraImg_246122_ArtImgRight_220x215_}}Eppure, malgrado tutto questo e la tragica esperienza che se ne è fatta a L’Aquila, la compassione, nel contesto di un itinerario di insorgenze e vibrazioni provenienti dai luoghi attraversati, dai personaggi citati e raccontati dalla voce recitante, è scaturita forte dalla lingua, dal ritmo, dalle figure della terra della poesia, dell’arte che è la terra di Dante.

Una compassione in cui l’altro, quello contemporaneo, il mio vicino, il mio prossimo, e quello raccontato da Dante con i personaggi e figure dei canti recitati, sono diventati fonte di interrogazioni. Il respiro dei corpi, presenti e partecipanti all’evento, con la sua irripetibilità; il respiro delle pietre dei luoghi attraversati si sono fatti lingua, figura, ritmo per restituire segnali e compimenti, sospensioni e deviazioni, eccessi e attenuazioni.

Dante ha aiutato i partecipanti ad assumere, all’interno proprio di quella compassione di cui si è fin qui parlato, la responsabilità della meraviglia, cioè del tremendo privilegio di prendersi cura del mondo, di non rimanere solitari. Del resto, da soli si raggiunge il massimo livello di chiamata degli altri, degli altri pensieri, dei nostri demoni, delle nostre passioni. Ecco allora Dante Alighieri il medico-letterato capace di rendere chiaro l’accesso all’anima. Di rendere capace alla coscienza il viaggio di se stessi dentro sé e dentro il mondo. Un accesso di sogno: al destarsi si torna al desiderio dell’incontro.

Probabilmente è questo il senso delle lettura di Dante, che in questo anno in cui cade il 750 anniversario dalla nascita del poeta si vanno facendo un po’ dovunque. Ma è sicuramente il senso di quella fatta a L’Aquila anche se,in generale, ci sono ancora altri mille sensi che si possono ricordare analizzare, discutere, chiarire.

Dante lo sapeva, conosceva la forza della sua parola, una parola che prende forza dalla Luce, dalla “[i]somma luce[/i]“, tanto che nel XXXIII canto del Paradiso afferma “[i]e fa che la lingua mia tanto possente,/ ch’una favilla sol de la tua gloria/ possa lasciare a la futura gente[/i]”.

{{*ExtraImg_246123_ArtImgRight_300x225_}}Così noi futura gente possiamo sentire il muoversi della passione verso il suo estremo. Una compassione che , movimento del sentire, ci avvia al naufragio del sentire. E così è stato sulla scalinata di San Bernardino.
Cerchio dei lussuriosi. Ombre. Una violenta bufera. Una bufera infernale. Dante vi scruta dentro. E appare la pietà: “[i]pietà mi giunse e fui quasi smarrito[/i]”. Ma al tempo stesso il tumulto del sentire. La pietà si fa pianto. E’ Paolo che per tutta la durata del colloquio tra il poesta e Francesca, piange. Il pianto oltre lingua della compassione.

Ed ecco il pianto della Basilica di San Bernardino e del borgo sottostante ridotto dal terremoto ad una storia di lacrime. Naufragio della lingua amministrativa e contabile della ricostruzione, naufragio del potere.

{{*ExtraImg_246127_ArtImgRight_300x150_}}Ma più avanti, su un’altra scalinata, quella di Costa Masciarelli, prospiciente Porta Bazzano, dove Riccardo Pratesi ha recitato il canto IV dell’Inferno (Limbo) che appare un’attenuazione dell’Inferno. Un’attenuazione della sofferenza (di oggi e di ieri),dell‘inferno, del senso e della ragione del proprio essere qui ed ora, grazie alla poesia.

La narrazione, la citazione, il ricordo di quei testimoni del recupero al positivo del mondo attraverso la poesia delle loro opere che così sfuggono all’oblio e, opponendo la costanza del ricordo, riequilibrano, anche se con parole ferite, la sofferenza con la speranza.

Sofferenza e speranza che Ungaretti, seppure in un altro contesto, ha la capacità, la forza, la prepotenza di sintetizzare in quei quattro versi che dicono: ”[i]Ma nel cuore/ nessuna croce manca./ E’ il mio cuore/ il paese più straziato[/i]”.

{{*ExtraImg_246128_ArtImgRight_300x309_}}E dunque un cuore straziato si avvia da Porta Bazzano alla spinata di Collemaggio. Qui, davanti alla laterale Porta Santa e davanti alla centrale porta di ingresso alla basilica, si dispiega prepotente la forza dei versi del XI e XXXIII canto del Paradiso attraverso l’intermediazione di due figure: Pietro del Morrone, papa Celestino V altra figura del Cristo come la fu Francesco e la Vergine Maria. Una esplosione germinale, un modo dolente ma luminoso e glorioso di rammemorare, un buco ad ogni oblio per dire tra immagini lacerate, varchi di lontananze, barbagli di senso che è possibile il riscatto dal rituale della distruzione. Quella materiale e quella spirituale, morale, sociale, economica.

Perdono e intermediazione. Riconoscere e riconoscersi in ciò brucia paure, difese e patimenti, restituisce al mondo il riconoscimento di un nuovo respirto.

Un respiro che tutto muove in una città tra figure e desideri, gesti e sogni, vorticante nel vento impetuoso non più della distruzione ma della compassione che diventa luce [i]per riveder le stelle[/i] e non solo.

Per vedere Riccardo Pratesi che recita Dante – Paradiso VI – il volo dell’Aquila. Inferno V – Paolo e Francesca; Inferno IV Limbo; Paradiso XI San Francesco; Paradiso XXXIII – Preghiera alla Vergine – si può aprire la pagina “AAA 2015 scorci da Workshop lezioni di futuro” sul profilo Facebook di Ezio Bianchi.

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