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La filiera dell’inquinamento, dall’Ospedale alle acque dell’Aterno

di Francesca Marchi

«Le acque reflue provenienti dalla zona di Coppito, tra ospedale e università, sono l’oggetto di un approfondito studio di ricerca che ha identificato il trasferimento di elementi genetici codificanti per la resistenza agli antibiotici, che usualmente si trovano in ospedale». Questo l’esito della ricerca svolta in equipe e capeggiata dal Prof. Gianfranco Amicosante, del dipartimento di Scienze Cliniche Applicate e Biotecnologiche, dell’Università degli studi dell’Aquila.

Uno studio che parla chiaro e arriva su richiesta del segretario provinciale di Assocasa Franco Marulli, che più volte aveva denunciato lo stato dell’inquinamento.

Insomma batteri di ogni tipo vengono riversati nel sistema delle acque e sono stati individuati attraverso dei marcatori genetici che portano a dati ceti

«Le considerazioni che traggo dallo studio sono di stupore. Tutti gli enti interessati alla gestione e controllo delle acque sono a conoscenza che non tutto è limpido, c’è un ospedale che all’interno cura e all’esterno ammala», ribadisce Marulli.

Inoltre l’usa di farmaci e disinfettanti non è solo confinato all’uso ospedaliero – scrive il Prof. Amicosante nella sua relazione – ma anche agli allevamenti intensivi delle zoo farm. Anche in questo contesto gli scarichi contribuiscono pesantemente alla diffusione di batteri, virus e funghi patogeni nell’ambiente acquatico.

E in questo modo entra in atto la filiera di un vero e proprio inquinamento che finisce probabilmente sulle nostre tavole.

Dall’ambiente acquatico, infatti, i microorganismi possono rientrare nella catena alimentare attraverso l’utilizzo di queste «cattive acque fluviali per uso irriguo».

«Anche i depuratori sono tarati in un certo modo – spiega Marulli sono soggetti alla portata idrica legata alle condizioni meteo per la loro capacità di depurazione. Per gli scarichi ospedalieri si dovrebbe intervenire con uno smaltimento a parte».

Dopo il caso salmonella scoppiato nel 2014 , ricorderete, il divieto di irrigazione imposto insieme alla captazione delle acque superficiali.

Un fenomeno che aveva generato il panico tra la popolazione, non inutilmente visto che diverse persone furono ricoverate in ospedale.

«Ma chi ci assicura che il divieto di irrigazione è rispettato? – osserva Marulli – Probabilmente la filiera dell’inquinamento finisce proprio sulle nostre tavole».

In ultimo, «Perché la Gran Sasso Acqua fa pagare il balzello di depurazione se le acque sono inquinate? C’è uno scarica barile spaventoso visto che l’ospedale, la forestale, gli enti e la magistratura stessa ne sono a conoscenza. E’ più semplice mettere la testa sotto la sabbia. Intanto il cittadino subisce l’inquinamento e paga pure le tasse».

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