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Erasmus, nove mesi di vita

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di Giovanni Baiocchetti

Dal finestrino dell’autobus vedo ancora case a mattoncini rossi, grandi alberi, l’orizzonte è piatto. Sto tornando da Londra a Leeds, uno degli ultimi viaggi alla scoperta del Regno Unito nei nove mesi più intensi della mia vita.

Tutto nacque a febbraio dello scorso anno, quando, studiando inglese all’univeristà dell’Aquila, mi sono detto: “per migliorare davvero devo andare lì almeno qualche mese”. Ci ho pensato su per un paio di giorni, alla fine non si trattava di un trasferimento e poi un periodo di vita all’estero ti forma e ti cambia, avevo voglia di fare un’esperienza del genere.

Parto il 18 settembre, in compagnia, e già i primi giorni sono esilaranti: “[i]ma ju bidet come ce ju fecemo?[/i]”, oppure “[i]senti se che accento che tengono qua sopra[/i]” e ancora “[i]sinti che tanfo alla cucina[/i]”. Da subito l’incontro con tante culture, dalla Norvegia al Sud Africa, dal Giappone al Canada. Chi con le bacchette, chi con le spezie, chi con la caffettiera.

Ho impiegato un mese circa per ambientarmi a Leeds, nord Inghilterra. La città e la gente sono diverse, i negozi chiudono alle cinque, gli autobus sono puntuali, si può fare la spesa alle tre di notte, in camera c’è la moquette, per comprare le lenti a contatto devi fare prima un test a pagamento, non ti fanno prendere l’alcol con la carta d’identità italiana perché dicono che “non la conoscono”, non puoi buttare le sigarette a terra perché qui la multa te la fanno. Diversamente funziona anche l’università, con lezioni e seminari entrambi meno frequenti che in Italia ma con presenza obbligatoria, i compiti settimanali, i parziali di esame da fare a casa e da caricare su internet o i computer con cuffie a disposizione di tutti.

Tante piccole differenze, che aggiunte ai problemi di lingua dei primi tempi, richiedono alcune settimane per adattarsi. Tutti gli altri mesi, invece, sono volati. Ora, sull’autobus, la mente viaggia e ripercorro nove mesi di crescita, apertura, viaggi, conoscenze, delusioni, aiuti, scambi, musica, studio, divertimento, parole, pensieri, baci, emozioni.

Penso ai miei conquilini, agli amici e alle persone che ho conosciuto qui, alcune delle quali ormai già a casa, con cui ho condiviso risate e lacrime, sogni ed incubi, albe e tramonti, note e lettere, cucina e bagno, storie e aspettative, il terremoto, la sentenza alla commissione grandi rischi, i conflitti religiosi in Irlanda, le bombe ad Istanbul, la guerra in Ucraina, la politica greca, la dittatura in Eritrea; tutte storie raccontate da protagonisti, storie crude e vere.

Penso alla mia patria, l’Italia, che sono stato fiero di rappresentare per tutte le persone che ho incontrato in questi mesi, perché siamo corrotti, siamo arretrati, siamo schifosi ma siamo fantastici, siamo inventori, artisti, poeti, musicisti, scienziati, cuochi, abbiamo il ghiacciaio più meridionale d’Europa e le macchie desertiche, parliamo lingue diverse e parliamo la stessa lingua, mangiamo dolci diversi ma la pasta a bollire, chi a mezzogiorno, chi all’una, chi alle due, ce l’abbiamo tutti.

Il sole, in questi giorni, tramonta alle undici e sorge alle tre e mezza. Il Nord Europa, affascinante e odioso, mi ha cambiato. Ho imparato a stirare, a cucinare (parolone, diciamo a cucinare qualcosa), ad ottimizzare le spese, a parlare in un’altra lingua, a studiare in un modo diverso, ho imparato che l’integrazione con gli immigrati può arricchire, che la coda all’ufficio postale può durare due minuti, che la quantità di arte in Italia è unica al mondo.

Ho conosciuto gli altri e ho conosciuto me stesso. L’identità si riconosce quando si confronta con l’alterità. Ora torno a casa, diverso, con tanta voglia di fare, per non lasciare che il mio Bel Pese venga rovinato. E viaggerò ancora tanto, ho fratelli e sorelle in tanti posti del mondo nonché in altre città d’Italia.

Una lacrima mi scende. Ho appena scoperto quanto immenso e vario sia il mondo.

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