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Convento San Basilio, oltre la grata

di Valter Marcone

Dietro la grata. Dietro la grata la preghiera di esili donne dalla testa coperta dal velo monacale alza al Signore una voce. E’ la stessa voce del Morrone, da dove fra Pietro anacoreta ed eremita prega ancora “[i]Potentia de lu Patre, conforta me/ Sapientia de (lu) Filiu, ensenia me./ Gratia de lu Spiritu Sanctu, allumina me./ Damme a ccognoscere te a mme,/ K’io te poça amare et temere/ Et poça spreçare et tenere me vile/ E in reu mortale non poça cadire/ E la vita eterna non poça perdire./ Amen[/i]”.

Una voce per far gioire la terra, come dice la bolla di canonizzazione del loro santo fondatore, “[i]opera stupenda e universale[/i]” di Dio per la quale esultano “[i]le schiere dei beati spiriti[/i]” e non solo.

Una voce che canta “[i]quanto sei felice, o terra, che producesti un tale e sì grande tralcio, aderente alla robustissima vite di Cristo[/i]”, una voce che dietro la grata narra il racconto di esistenze donate agli altri attraverso la trama esile dei giorni che diventano opere della luce, dono dell’amore, condivisione di speranze e realtà.

Ma non ci sono più sedili di nuda pietra dove attendere sedute al ricamo, ai lavori femminili, alla lettura e alla scrittura, alla legatoria. Ci sono alloggi di legno, un orto da coltivare, una cappellina appena appena rubata alle mura dell’antico convento di San Basilio messo a soqquadro dal terremoto dell’aprile 2009.

Il ricordo di quello che fu la congregazione è sbiadito, anche se quella congregazione, al pari di altre femminili operanti all’interno della città dell’Aquila, contribuì grandemente, attraverso il proprio convitto e le proprie scuole a potenziare la crescita della città. E sono sconquassate quelle mura che, nel 1493, furono incluse nell’itinerario della Regina Giovanna d’Aragona, divenendo altresì luogo di ritiro di vari ospiti illustri, tra cui Maria Pereyra Camponeschi, nonna di Paolo IV.

Eppure. Eppure dentro quelle mura, dietro quelle grate, si sente l’afflato del racconto di giorni lontani, di un tempo quando cielo e terra si univano per dare al paradiso l’immagine dei dirupi del Morrone, delle spelonche della Maiella, ma anche il volto sublime del firmamento di notte, del cielo azzurro di giorno, del belato delle pecore, dell’abbaiare dei cani, delle voci dei pastori attorno ai fuochi nelle notti. Per dare al paradiso la voce di un racconto d’amore non solo per “[i]colui che muove il sole e le altre stelle[/i]“, ma anche verso i propri simili fatti a sua immagine e somiglianza.

Un racconto che le ultime monache celestine conoscono bene. Anzi conservano nel cuore, anatomia di una biografia, la loro e quella del loro padre fondatore, che travalica ogni avversità del tempo, ogni ingiuria degli accadimenti, per proiettare nel futuro quel passato attraverso la mediazione del presente. Fuori dal mondo e allo stesso tempo dentro al mondo, proprio per la costruzione e ri-costruzione continua del mondo. Mediazione del presente, si è detto, attraverso l’esplicitazione di un dna che affonda nel plasma della storia di un Ordine e che ricorda quelle che furono le “Fraterne”, speciali opere di aiuto e solidarietà verso i poveri, i bisognosi, messe in atto appunto dall’Ordine celestiniano.

E’ da quel loro cuore, esiguo lembo di terra, sono attratti ancora oggi vagabondi dello spirito, viaggiatori della solidarietà, uomini e donne del nostro tempo che rivolgono lo sguardo agli altri. Gli altri come testimoni della nostra capacità interiore di farci piccoli, diventare poveri, essere nulla per essere appunto capaci di stare con gli ultimi della terra, i più bisognosi; per fare con loro un cammino di rinascita e cambiamento.

Sta tutto qui il racconto delle donne di San Basilio. E’ questo il loro splendore, è questa la loro consapevolezza.

{{*ExtraImg_244557_ArtImgRight_300x431_}}Un racconto pieno di splendore e di consapevolezza, all’interno degli eventi proposti e organizzati per la Perdonanza 2015 nel Convento di San Basilio da Vincenzo Battista e Angelo De Nicola che a breve verranno resi pubblici.

Racconto che non mancherà di superare le mura del convento per invadere le vie e le piazze della città in occasione delle prossime manifestazioni della Perdonanza.

Su quelle stesse vie e piazze, dove come per un feed-back ritorneranno le voci dei sentieri del mondo, che non sono più quelle dei pastori del Morrone e della Maiella che fra Pietro percorreva alla ricerca di eremi e solitudini, ma sono i sentieri della grande terra. La terra dell’uomo e delle sue storie di povertà, dolore, malattia, fame, guerre, carestie. I sentieri dell’Africa e delle Filippine, dove le ultime celestine hanno avviato missioni. L’Africa delle montagne innevate, delle savane rigogliose e dei deserti assetati dove un uomo di oggi, Carlo Carretto, visse la sua esperienza eremitica, nella quale non ci si interessa della propria vita, della propria salute, più di un albero o di una foglia che cade, con l’unica preoccupazione di essere per gli altri, attraverso la preghiera, il lavoro quotidiano.

Così l’esperienza delle celestine, che rendono possibile tutto questo perché in quell’orto, dietro le mura, dove dorme la rosa selvatica e canta la candida tortora, nascono e crescono da piccoli semi di speranza germogli d’amore custoditi, nutriti ed accuditi con la zappa della solidarietà, il rastrello della condivisione, il badile della preghiera.

La preghiera di donne allontanatisi dal mondo per rimanere in un universo cromatico di sentimenti verso il creatore e il creato che prepotentemente ritornano nel mondo per dire che questo ha bisogno oggi, come ieri, di un annuncio. Che fu e resta quello di fra Pietro, che volle chiamarsi Celestino come Papa e che come Celestino V annunciò che senza perdono né verità né libertà hanno una storia, che è la storia della pace da sempre ricercata e mai a pieno conquistata.

Un dono e un messaggio al tempo stesso che riparte da L’Aquila, dal monastero di San Basilio.

Come Storia e storie di esistere e di esistenza, “o[i]pera stupenda e universale[/i]” di Dio per la quale esultano “[i]le schiere dei beati spiriti[/i]” e non solo. La terra così è invitata a gioire: “[i]quanto sei felice, o terra, che producesti un tale e sì grande tralcio, aderente alla robustissima vite di Cristo[/i]”, come si legge nella bolla di canonizzazione di Celestino v.

{{*ExtraImg_244558_ArtImgRight_300x166_}}Per far gioire la terra, allora, da San Basilio si rinnova quell’opera di carità, di solidarietà quotidiana, che nasce attorno al silenzio, alla preghiera, all’operosità quotidiana delle ultime celestine che in quel convento vivono da parte di uomini e donne, di associazioni e gruppi del nostro tempo con iniziative ed eventi che troveranno il loro culmine in occasione delle manifestazioni agostane, nel ricchissimo calendario di eventi proposto da Vincenzo Battista e Angelo De Nicola per la 721 edizione della Perdonanza Celestiniana.

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