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‘Le sembrava bello’: l’Olocausto nucleare oltre l’orizzonte di carta

di Gioia Chiostri

Dai sogni d’inchiostro ai sogni effettivi, vi passa, nel mezzo, la capacità di sintetizzare sé stessi in un progetto per gli altri. Questa è la storia di Roberta Bramante, giovane donna di Avezzano dallo spirito loquace e penna raffinata ma al contempo munita d’una punta di pietra lavica. Ha, grazie ad uno ‘speciale’ viaggio in treno riportato su carta, vinto la pubblicazione del suo racconto ‘Le sembrava bello’ attraverso la partecipazione ad un concorso letterario di eco nazionale promosso e curato dalla casa editrice ‘Valletta Edizioni’, in collaborazione con l’agenzia scova talenti di carta abruzzese dal nome di ‘Ponte di Carta’, per l’appunto. I sogni scribacchini sono ancora possibili, quindi.

«Quanto scritto nel mio racconto – afferma a IlCapoluogo.it una emozionatissima insegnate di storia e filosofia presso una scuola romana – é stato ispirato da una storia vera, ossia dal racconto di un Hibakusha, un erede delle disgrazie avvenute a seguito dell’esplosione della bomba atomica in Giappone, nel 1945, che conobbi qualche anno fa a Roma. Il termine ‘Hibakuscha’ significa letteralmente ‘sopravvissuto’, anche se in giapponese, suona più come ‘persona affetta dall’esplosione’». Il racconto di Roberta, vincitore assoluto della competizione letteraria, traccia con l’inchiostro della riflessione la curva umana deflessa dopo lo sconvolgente episodio del disastro nucleare giapponese. Un incontro reale, quindi, che ha, volente o nolente, portato alla fabbricazione di uno scritto tanto fortunato quanto condensato di verità troppo spesso sottaciute. «’Ponte di Carta’ e ‘Valletta Edizioni’ – dice – mi hanno dato la possibilità di pubblicare un racconto, di far conoscere la mia storia, ma soprattutto mi hanno permesso di accendere un sogno». Roberta, cioè, ha dato fiducia a sé stessa, presentando il suo racconto al concorso per giovani penne nostrane dal titolo ‘Racconti-amo’, approdato alla sua prima edizione, che ha dato la possibilità di accendere la candela dell’immaginazione a molti talenti regionali e non. Il suo ‘Le sembrava bello’ descrive, in appena 2000 battute, l’incontro improvviso e fugace tra due persone, un Hibakusha e una giovane insegnante, durante un viaggio in treno. L’Hibakusha protagonista, condividendo i suoi ricordi, riesce a risvegliare la coscienza della sua interlocutrice.

Dalla selezione dei racconti pervenuti da tutta Italia, è nata un’antologia contenente le dieci migliori storie selezionate, tutte di altissima qualità. Roberta Bramante ha scelto di raccontare, con carta e penna, la luce dell’intelletto dopo il buio di un uomo disumanizzato. «Il protagonista dell’incontro vero, quello con me protagonista, aveva con sé dei disegni fatti da lui, realizzati con gessetto nero su cartoncino. Essi ritraevano, tout court, ciò che accadde il 6 agosto dell’oramai lontano 1945. In quei segni precisi ma ingialliti dal tempo, io scorsi non solo la distruzione irreversibile dell’esplosione di una bomba potente come quella atomica, ma anche la portata nefasta delle radiazioni che hanno mortificato profondamente la dignità umana di una popolazione intera e dei suoi discendenti. Vedere immagini di uomini e donne martoriati, scuoiati, con la pelle e i capelli bruciati, con i vermi fuoriuscenti dalle ferite e gli occhi dalle orbite, è stato un po’ come rivivere con lui quei ricordi strazianti. Ricordo bene tutto: prima di andare via, l’uomo, ad un certo punto, si diresse verso di me, mi prese le mani e me le strinse come se mi stesse chiedendo di non scordare quanto udito. Come se, in quell’occasione, mi chiese di fare qualcosa. ‘Arigatou!’, disse, e andò via. Il problema delle armi nucleari non è lontano da noi, per questo ho deciso di trasformare questa storia ‘reale’ in un racconto sociale; nel mondo – spiega ancora Roberta – esistono ancora circa 16000 testate nucleari, 50 volte più potenti di quelle usate a Hiroshima e Nagasaki».

La storia dei potenti ci ha abituati ad accettare tante realtà pesanti da digerire. «Chi è al vertice del potere – avverte Roberta – spesso non agisce in virtù del bene comune e, sovente, non rispetta la dignità degli esseri viventi. Come dice un famoso pedagogo e filosofo giapponese, Josei Toda, nelle armi nucleari si nascondono degli artigli avvelenati, poiché esse vengono considerate apparentemente uno strumento di sicurezza, ma, al contrario, giocano con la vita delle persone. Il pericolo è, a dirla tutta, anche non intenzionale: la possibilità di un’esplosione causata da incidenti, errori umani o delle macchine che le gestiscono, è molto alto. Nonostante ciò, i grandi della Terra di oggi continuano a giocare la propria partita muovendo sullo scacchiere del mondo le pedine della deterrenza e del possibile utilizzo di questi diabolici ‘giocattoli’ di morte».

Il tema dell’olocausto nucleare e degli effetti postumi di un’esplosione atomica sono argomenti ancora poco dibattuti. Roberta, nel suo racconto premiato, con la medaglia d’oro, il giorno 23 maggio ad Avezzano, ha voluto dare in pasto alla società ipertecnologica di oggi una riflessione sgorgata fuori da un incontro casuale. «Io – racconta – non conoscevo affatto la storia degli Hibakusha, non sapevo nulla delle atrocità che hanno subìto a causa delle radiazioni. A Hiroshima e Nagasaki, morirono 2400000 persone. Chi sopravvisse alla bomba atomica, ha dovuto poi lottare giornalmente contro leucemie e tumori vari, mentre, chi ha avuto la fortuna di avere dei figli, ha spesso messo al mondo bambini con gravi malformazioni e patologie legate proprio alle radiazioni. Gli Hibakusha sono stati anche oggetto di discriminazioni: erano considerati degli appestati e, per questo motivo, emarginati dalla società. Riguardo tali temi, proprio a Roma, dal 6 marzo al 30 aprile, è stata realizzata una mostra dal titolo ‘Senzatomica’, che ha visto la partecipazione di 68000 persone. Lo scopo della mostra è ricordato dal sottotitolo di essa stessa, ossia ‘la trasformazione dello spirito umano per un mondo libero dalle armi nucleari’. Questa, per fortuna, girerà per tutte le città d’Italia».

Roberta Bramante, nella vita di tutti i giorni, è un’insegnate. Lavora, quindi, si può ben dire, con la generazione dei pensatori di domani. «Ognuno di noi – aggiunge – deve innescare, dentro di sé, un cambiamento profondo ed assumersi la responsabilità di agire in modo diverso. Se per prima cosa non cambio io, se, per prima cosa, non abbatto i miei muri interiori, non cambierà mai niente al di fuori di me. Quello che desidero trasmettere con il mio racconto è proprio questo, ossia il potere positivo insito in ogni singolo essere umano; la capacità di essere in prima persona promotori e portatori del proprio cambiamento». Nel suo racconto, Roberta disegna con le parole un viaggio in treno rivelatore. Oggi, però, si è perduta quella buona abitudine di chiacchierare con degli sconosciuti incontrati per caso. Proprio per questo, l’incontro contemporaneo tra la giovane insegnante e il sopravvissuto all’esplosione della bomba di Hiroshima, si rivela come miracoloso. «Il primo passo – dice – verso il cambiamento umano e sociale avviene quando si è in grado di dialogare; il dialogo non avviene tra due persone armate, ma, di converso, nasce allorquando si è disposti a disarmarsi, ad abbassare le proprie difese e a lasciar andare le proprie convinzioni. Il dialogo cuore a cuore, a mio avviso, ha un potere enorme: lo scambio umano tra i due personaggi del racconto, produce un cambiamento nell’animo stesso di Matilde, l’insegnante, che era inizialmente chiuso, introverso e tendente all’isolamento. Dopo l’incontro con l’Hibakusha, infatti, Matilde acquista una consapevolezza diversa della vita. Riuscirà, alla fine, ad apprezzare addirittura la bellezza di un piccolo fiore sopravvissuto al cemento».

Che senso ha la scrittura per questa giovane donna, eco di umanità? «Per me la scrittura è una necessità. – conclude – È come l’aria che respiro, il mezzo con cui riesco a comunicare con la parte più autentica di me. Scrivere è riuscire a colorare un’emozione attraverso le parole, scolpire la materia delle mie impressioni utilizzando a mo’ di scalpello una semplice penna o una ancor più semplice matita». Roberta Bramante ha acceso la sua idea e l’ha trasmessa al mondo. Siamo tutti delle lampadine potenziali, quel che occorre è ricordarsene più spesso, soprattutto quando fuori è buio.

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