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Ricostruzione L’Aquila, congelare o innovare?

di Giampaolo Ceci*

Ogni città è un organismo vivo. Noi non percepiamo questa “vita” solo perché i tempi biologici degli esseri umani sono molto più brevi di quelli delle città che abitiamo, però anche gli aggregati urbani, come ogni essere umano, nascono, si evolvono, si trasformano e, prima o poi, muoiono.

Che una città si trasformi lentamente non è cosa nuova, basterebbe guardare il contesto stesso in cui ci muoviamo. Accade raramente che una piazza contenga edifici contemporanei. Anzi accade sovente che due palazzi contigui siano stati costruiti a qualche secolo di distanza l’uno dall’altro. Per secoli quella piazza ha avuto, quindi, un aspetto diverso da quello attuale.

Di solito le modifiche urbane locali o urbanistiche vengono dettate dalle esigenze utilitaristiche di chi si sobbarca l’onere delle nuove costruzioni, o dalla vetustà o da eventi bellici o catastrofici. Spesso nelle decisioni di modificare gli assetti urbani intervengono anche fattori sociali di utilità comune.

Mai i palazzi venivano ricostruiti tali e quali a come erano quelli che erano stati demoliti. Ogni volta il nuovo palazzo seguiva la moda (lo stile architettonico) del tempo.

L’evoluzione storica trasformava lentamente il contesto. Una piazza diventava spesso il contenitore di palazzi di stile diverso, determinando impatti visivi a volte gradevoli, a volte meno, in funzione della sensibilità e cultura dell’architetto che progettava “il nuovo”.

Durante i secoli, quindi, il senso estetico dell’architettura é cambiato e ancora si sta evolvendo, seppure molto lentamente, nella costante ricerca del bello o del gradevole.

Resta il principio che le città, nella loro evoluzione, hanno sempre mirato a distruggere il vecchio e il brutto per sostituirlo con quanto si riteneva più bello o gradevole.

Oggi si vuole fare L’Aquila più bella. Ma quali sono gli attuali canoni del bello che i nostri figli si ritroveranno nei prossimi decenni? Demolire un palazzo di 60 anni semi-diroccato dal terremoto o ricostruirlo tale e quale, sebbene non abbia alcuna valenza che meriti di essere “congelata” diventa un problema attuale.

Bisogna trovare il coraggio di distruggere e ricostruire meglio o salvare tutto anche gli edifici che hanno una scarsa valenza estetica, seppure siano radicati nella memoria dei contemporanei più anziani?

Deve prevalere il senso della conservazione o quello dell’innovazione?

Dobbiamo lasciare alla gente la decisione, come avveniva in passato, o deve essere un organo pubblico a stabilire le direttive e i limiti del bello e del gradevole?

E’ stata recentemente inaugurata la chiesa di San Bernardino, la cui costruzione risale al 1300.

Nel 1705 (4 secoli dopo) l’edificio fu quasi totalmente distrutto dal violento sisma che fece diroccare gran parte della città dell’Aquila. Nei lavori di recupero nessuno pensò di ricostruire il monumento com’era prima del sisma.

Il progetto originario fu modificato senza alcuna remora per tenere conto del diverso concetto del bello e, infatti, su una chiesa trecentesca sono stati collocati altari di stile barocco e un modernissimo (per allora) soffitto dipinto che rispondeva ai canoni estetici del periodo, che ancora oggi ammiriamo, senza tenere conto che, in effetti, fu fatta una violenza all’originario monumento! Se allora ci fosse stata l’attuale concezione del recupero, la chiesa sarebbe stata ricostruita tale e quale all’originario impianto trecentesco. Oggi non avremmo alcun dipinto, ma un bel “vero falso” della chiesa originale.

Di converso, ci è stata tramandata la concezione che allora si aveva del recupero edilizio finalizzato alla trasformazione dell’esistente per rammodernarlo.

Il concetto di conservazione era inesistente nell’architettura del settecento. Il vecchio era vecchio e per quanto recuperabile si rammodernava secondo l’utilità e i canoni estetici del momento!

Allora, quale città deve essere ricostruita?

Quella che c’era prima del sisma? Conservando anche le sue brutture architettoniche? Fino a dove bisogna mantenere traccia del passato? E dove è lecito lasciare un segno del presente?

Le scelte urbanistiche negli anni 2.000 sono state delegate ad un ristretto numero di persone che approvano un PRG e ad una commissione edilizia, formata da progettisti e tecnici, che, però, all’Aquila, dovrebbe essere trasformata in un organismo con una sua propria autorevolezza, che non si limiti a verificare il rispetto degli standard, ma sia propositivo per le esigenze architettoniche della nuova città.

Un tessuto urbano nel suo complesso sgradevole e unitario architettonicamente per rispettare la storia? Interventi innovativi per ricucire piazze e luoghi degradati? Interventi complessi e invasivi finalizzati a perseguire la linea strategica per lo sviluppo della città che si orienta all’accoglienza turistica?

E’ una decisione urgente che s’impone, perché stiamo parlando della ricostruzione e del miglioramento architettonico per i prossimi decenni del centro storico della città! Quale occasione migliore per “pulire”, ampliare, sistemare eliminare barriere, brutture, creare spazi utili, rendere più bella e vivibile la città?

Il Manzoni direbbe: “[i]Adelante Pedro, adelante cum iudicio[/i]”. Faccio mio l’equilibrato consiglio dato dal Governatore di Milano al suo cocchiere mentre passa tra la folla inferocita, purché si vada avanti, ma soprattutto perché si attivi una scelta consapevole.

[i]*Direttore del Centro Studi Edili di Foligno.[/i]

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