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L’Aquila e la logica del ‘Sono io il Feudatario’

di Alfredo Vernacotola

Osservando la maestosità delle montagne che sovrastano l’Arte della città offesa dalla Natura, consapevole di non aver dato sufficienti direttive perché la città non venisse divisa in piccoli feudi da cui si promanano orrori, reificati nel tempo, la prima riflessione che prende forma nei discorsi della Tavola Rotonda dei Liberi Pensatori conduce a un interrogativo che ne apre altri ancora: avendo il Fato – Soggetto diverso dal Destino, di cui è Antagonista – dettato le sue regole, qual è la motivazione per cui nel piccolo feudo continuano le riunioni delle sette segrete per decidere chi può e chi non può?

Ogni eccellenza presente nel territorio della ridente città, ahimè non attraversata dalla ferrovia – motivo principale alla base della non conoscenza della propria inefficienza socio–politico–culturale – viene ritenuta un disvalore che permetterebbe di perdere il proprio piccolo manipolo di sudditi al servizio del non–bene comune, se non appartenente al cartello giusto.

Cos’è la cultura per una città annoverata tra le venti città d’arte d’Italia? Non si è mai capito, dal momento che ciò che si definisce cultura – per l’aquilano medio – è pesante, privo di senso e caro soltanto agli sfigati. D’altronde ci sarà un motivo per cui la mia amatissima città – impreparata dinanzi al dibattito pubblico – è definita da una ricerca statistica come nemica dei disabili. Ovviamente la disabilità è un disvalore, se si ritiene che il suo essere diversità comporta l’annullamento dei principi basilari del diritto, altresì sanciti dalla costituzione.

Siamo tra le montagne e il piccolo feudo non ritiene di dover portar alla luce le marachelle che si divertono a compiere i feudatari: ci vollero le crociate e il falso ‘perbenismo’ del Papa Urbano II per creare spazio a chi voleva arricchirsi: allo stesso modo si assiste oggi ad uno sproloquiare in altri ambienti, che non hanno nulla a che vedere con la cultura e la volontà di far crescere un comprensorio, ove l’unico obiettivo è dire “[i]Sono io IL Feudatario[/i]”. Si ritiene che la servitù della gleba sia soltanto buona per il lavoro nei campi: questi campi sono quelli delle cabine elettorali.

Si è scritto della cultura: cos’è la cultura della politica? Negli anni passati si è assistito ad una progressiva mercificazione dell’arte che Machiavelli definiva come equilibrio che deriva dal bilanciamento tra il fine e lo strumento che si adopera per ottenerlo: onde evitare gli strali di chi vede nell’opera del grande Niccolò il riflesso della politica odierna, si specifica che il giusto fine era la tanto vituperata ambizione pubblica. Non si sentano attaccati i tanti amici di una sinistra che non c’è più; si, in effetti la sinistra non c’è più: anni fa si poteva parlare di crescita, di lavoro, di sviluppo e non di tavoli di concertazione o di tentativi tesi ad un aggiustamento di situazioni alla deriva. Si obietti anche che è il passato che ha realizzato lo sfacelo. In realtà chi peggiora lo stato delle cose non può giustificarsi dicendo che è colpa di chi lo ha preceduto, perché implicitamente sta mostrando a tutti di essere incapace di svolgere il ruolo che ricopre, ingiustamente conferito dagli abitanti di un feudo che amano farsi del male da soli. Oggi, come ieri, si assiste al confino delle idee che generano ‘confusione’, tanto da intimorire chi è chiamato a dotare di possibilità i tanti casi difficili che accompagnano una città non più provvista di tessuto sociale e priva dei punti di riferimento che hanno dato possibilità di crescita, sia umana che professionale, a generazioni oggi rappresentanti della società, della cultura e della politica.

Quale è il motivo principale per cui nel feudo si teme la crescita? Nei regimi, che prendono forma dagli spaccati della società afferenti al banale, ciò che innova incute terrore, poiché favorisce la nascita di opinioni che differiscono dal volere del feudatario. Come si dimostra quando ci si scontra in territori difficili, l’attraversamento del deserto comportante il diniego che le idee innovative creano, sortisce disorientamento in chi cerca soltanto di affermare la propria libertà di pensiero e di posizioni politico e/o culturali.

Si è brevemente accennato a quanto nel passato era garantito e ora non più; c’era chi recriminava perché vicino ad ideologia che connota(va) libertà: oggi non si è in grado di evolversi, perché evolvendosi si finisce con il ricorrere a sortite vissute come alterazione di un sistema che, seppur edulcorato, funziona. Ricordare il passato non vuol dire vivere nel passato: vuol dire apprendere dai propri errori e certamente, se si crede in una ideologia, – fermo restando che l’avere ideali è lecito e nobile, e trasformarli in ideologie è un depredare l’ideale stesso trasformando il fine in un tornaconto personale – questa non può essere definita come libertà. Se viene deciso di svecchiare lo staff dirigenziale della bocciofila, non è giusto indicare il successore non avendo più ruolo (ufficiale) nella bocciofila. Se svolgo l’attività di agricoltore, a cui è demandato dal feudatario di dar voce della ridente città nella confederazione dei Comuni nascenti, non posso impuntare i piedi e decidere che la corsa con i sacchi la deve fare Pollicino invece di Cenerentola. Se esiste un merito o più semplicemente una logica avente senso, devo permettere la circolazione del ‘sapere’.

Uscendo dal terreno fecondo della metafora, il futuro di una comunità, lo sviluppo della stessa e il progresso di un intero comprensorio provinciale – ma non erano state abolite per decreto le Provincie? Beh si, in un contesto ove tutti si auto-incaricano gli unici a cui non è possibile trovare soluzione di continuità sono i poveri lavoratori della Polizia Provinciale: dato che sono pochi, si può anche non sistemarli, dicono le voci di un corridoio ove gli spifferi sono talmente forti da permettere di sondare le vele per la American’s Cup – al fare di una dettatura politica indefinita, che si scontra con la stessa volontà di rivalsa di una intera cittadinanza.

Mi sovviene un ultimo pensiero: essendo il feudo quasi totalmente diroccato e preda persino di chi paga a vincere le partite a tiro con l’arco, offendendo una intera cittadinanza, non sarebbe meglio non permette l’aborto spontaneo di quei progetti che tanto giustificano i mezzi con cui si sale al potere avendo come incipit la crescita dell’ubi et nunc, piuttosto che il potere che, come insegnava Merlino, ora lo hai poi si dissolve come fosse una bolla di sapone? Evidentemente le bolle di sapone piacciono perché sono pura evanescenza.

Una Tavola rotonda che vedesse insieme il passato e il presente dibattere dinanzi al futuro, sarebbe divertente. Pensare che si è immaginato di poter essere un comprensorio degno d’ambire a traguardi culturale e paesaggistici (falene permettendo, perché producono più business della neve…) riconosciuti come fiore al’occhiello di regione e città smeraldina. Peccato non essere carini indossando rubini, perché c’è il rischio che ti dicano che sei un Falso, non sapendo che il falso storico lo interpretano lor stessi.

Rimpiango il Passato, almeno si poteva passeggiare – chi scrive non lo ha mai potuto fare per difficoltà evidenti nella città nemica dei disabili – lungo i vicoli della città.

Oggi si può chiedere a Santoro – che direbbe “Niet!” – di permettere un tappeto rosso, fermo restando che il volpino rimanga a casa.

Pensieri di un Argonauta felice che Altrove vi sia la Ferrovia (almeno non si falsa la Storia).

L’Aquila bella me’…!

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