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Centro San Domenico, quel che sarà non è dato saperlo

di Gioia Chiostri

Il rinomato Santo protettore contro i morsi dei serpenti, i canini dei lupi e il fastidioso mal di denti, forse, questa volta ha fatto cilecca. Il Centro di riabilitazione ‘San Domenico’ di Avezzano, struttura di cura e accoglienza che ‘abbraccia’, ad oggi, 25 ragazzi speciali – più volte definiti ‘angeli abbandonati’, visto il loro destino incerto – con vari problemi di motricità e comportamentali, chiuderà metaforicamente le porte il giorno 30 giugno venturo, a causa della scadenza della proroga di esistenza firmata dalla Regione Abruzzo per consentire alla realtà territoriale di continuare ‘ad aiutare’. Alcuni ragazzi, cioè, in base al cosiddetto atto di ‘riconversione’ del Centro, verranno ‘sfrattati’ dalla loro casa di cura poiché non verranno più garantiti alcuni – impossibile sapere ancora quali – servizi di riabilitazione finora offerti.

A meno di un mese dalla data canonica, però, una soluzione alternativa che metta tutti d’accordo non è ancora stata scovata. Il Centro, disciplinato dall’ex articolo 26, dovrebbe essere ‘riconvertito’, ma, nonostante la tanta acqua trascorsa sotto ai ponti regionali, ancora oggi non si sa bene cosa diventerà e quali servizi, soprattutto, andrà ad offrire. Di tutta risposta, comunque, la Regione Abruzzo, ha messo sul tavolo degli atti un regolamento da firmare che prevede la Compartecipazione, da parte delle famiglie usufruenti, alle spese di sostentamento dei Centri sanitari. «Tutto bello, tutto giusto; peccato che non vi sia scritto in che misura si dovrebbe compartecipare e quale servizio innovativo dovrebbero offrire questi fantomatici nuovi Centri messi in piedi dalla nuova Giunta regionale». Luigi Martellone, fratello di Valeria, una vispa ragazza disabile e inquilina fissa del Centro di riabilitazione suddetto, parla senza mezzi filtri e con un forte amaro in bocca.

Il Centro di riabilitazione ‘San Domenico’ è una struttura esistente sin dal 2007 in quel di Avezzano. Punto fermo di molte famiglie della zona con figli disabili, essa ha subìto, durante la sua lunga storia burocratica, varie forme di cambiamento ipotetico della sua natura, mai giunte a termine. Ora, secondo i nuovi dettami sanitari venuti dall’alto – in quanto la Regione Abruzzo è una Regione commissariata – esso dovrebbe essere ‘riconvertito’ e, successivamente, avvalorato dal metodo della compartecipazione sanitaria. «La Regione però, dal canto suo – spiega Luigi Martellone – non ha ancora dato atto all’azione della riconversione, ma, d’altro canto, vuole comunque che le famiglie dei disabili partecipino alla spesa pubblica. Nonostante le varie promesse da parte di D’Alfonso, dell’assessore alla Sanità Paolucci e dell’assessore al Sociale Marinella Sclocco, oggi, il Centro, è ancora in un pantano di indecisioni». Praticamente s’offre il bastone senza la canonica carota voluta dalla leggenda di Churchill.

In Regione, esiste una Commissione specifica che si occupa giornalmente di questioni spinose di questo tipo, quale la Quinta Commissione Permanente. Il consigliere regionale Gianluca Ranieri (M5S) ha invitato una piccola delegazione delle mamme e dei papà inficiati da un andamento burocratico storto, a parlare della situazione di fronte all’Assise regionale. L’incontro-scontro è avvenuto in Consiglio il giorno 21 maggio scorso. «Mia madre, Nanda Martellone, e una sua compagna di protesta, Rosanna Nicolai, hanno esposto le loro ragioni, ossia che risulta quanto mai improponibile far pagare il ticket sanitario senza porre in un primo momento, nero su bianco, quali servizi vengano offerti da questi nuovi centri riconvertiti e in che modo occorre partecipare alla spesa sanitaria». Esiste, in realtà, un regolamento, datato 2014, che fissa precisamente le fasce Isee e, quindi, in base alla ricchezza posseduta dai disabili, decanta apertamente quanti soldi avrebbero dovuto porre sul piatto della bilancia della Compartecipazione loro, quanti gli Enti Comunali e quanti la Regione. «Regolamento mai entrato in vigore, però», spiega Luigi.

Morale della favola dell’incontro al vertice regionale: la Quinta Commissione dovrà riunirsi nuovamente e decidere ancora in merito. «Da parte nostra però – spiega Luigi – temiamo che, per far in modo che la Regione Abruzzo esca quanto prima dal regime di Commissariamento, vengano ufficializzati i fantomatici ticket senza avere in mano la certezza dei servizi offerti dai Centri non ancora riconvertiti». Le mamme dei disabili accuditi dal personale del Centro di riabilitazione ‘San Domenico’, chiedono una sola cosa, a fronte della nebbia burocratica antistante, ossia «decidere a cosa dovranno essere adattati questi centri ex articolo 26 e, solo successivamente, fissare i prezzi per il meccanismo della Compartecipazione. «Tra l’altro – aggiunge Luigi – sulla base del vecchio regolamento mai entrato in vigore, alcuni disabili sarebbero rimasti con soli 150 euro al mese in tasca di tutta la pensione e l’accompagnamento percepiti».

L’unico perno certo, in tutta questa giravolta di incertezze, è che «a giugno vorrebbero farci pagare, anche se non si sa quanto». Ciò che è più grave, è l’inesatta natura del Centro riconvertito: cosa diventerà? Quali tipi di disabilità potrà accudire? Domande, ad oggi, senza nessuna risposta, a quanto detto da Luigi. Il Centro ‘San Domenico’, insomma, vive una vita in bilico da almeno due anni di tempo. «D’Alfonso, dopo essersi schierato apertamente contro Chiodi, ora sta agendo esattamente come lui. Noi accettiamo la riconversione e il pagamento, ma bisogna che questi due estremi siano fissati nero su bianco e in maniera esatta il prima possibile. Ci rendiamo conto la Compartecipazione è un’indicazione nazionale, ma non si può far pagare senza emettere prima delle linee guida precise. In questo caso, il problema è di natura sia logica che cronologia, ossia: prima si decidano quali tipi di Centri debbano continuare ad esistere, quali servizi debbano offrire e che tipi di disabilità vadano ad accogliere e a tutelare e, solo in un secondo momento, si comunichino i prezzari. Ora come ora, in somma sintesi, dalla Regione è come se ci stessero dicendo: ora pagate, poi si vedrà. Mia sorella Valeria ora ha a disposizione, presso il Centro San Domenico, dei fisioterapisti e dei neurologi che la seguono costantemente. Dal mese di giugno in poi, tutto ciò sfumerà verso l’incertezza; non ce lo possiamo permettere. Chi provvederà a mia sorella?».

Il Centro San Domenico, secondo il meccanismo della Riconversione, dovrà diventare ‘un centro semiresidenziale’ specifico. Il problema è che, di Centri di natura semiresidenziale, ne esistono ad oggi in Italia tanti e di vari tipi: finché non sarà affissa un’etichetta precisa sulle sue mura, non si saprà mai con certezza quali tipi di servizi andrà ad offrire ai soggetti deboli della società. Le mamme, i papà e le famiglie dei protagonisti di una realtà affatto facile da affrontare, chiedono a gran voce, a mezzo stampa, che la Regione si assuma la responsabilità della decisione. «Ora come ora, ai piani alti si stanno comportando da Ignavi – afferma Luigi – La nostra paura più grande è che questa situazione grigia continui in eterno».

Essere disabili significa poter mirare il mondo grazie ad una lente negativa offerta. Senza di essa, gli ostacoli appariranno più grandi e i bivi da oltrepassare più annodati di prima. Non si può scegliere la disabilità, ma si può scegliere in che modo prenderla per mano e condurla lontano.

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