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Lettera a Peppino Impastato

Nei giorni scorsi si è svolta una splendida iniziativa dell’Istituto Superiore “Convitto Domenico Cotugno” promossa dalla professoressa Emilia Bernardi in collaborazione con i ragazzi dei quarti anni dell’indirizzo “Scienze Umane”.

Prendendo contatti con la cooperativa sociale “Solidaria”, che opera in Sicilia, i giovani hanno partecipato ad un viaggio d’istruzione “sui generis” in terra siciliana.

È stata infatti un’esperienza molto diversa dal solito standard delle gite scolastiche, perché ha portato a toccare con mano diverse realtà in cui la mafia opera o ha operato in passato: dalla visita presso le cooperative sociali produttrici di frutta situate in terreni confiscati, a quella fatta presso una famosa ditta di calcestruzzo oggi gestita dagli operai che ci lavoravano prima della confisca, e ancora presso i luoghi di dolore che i siciliani hanno convertito in monumenti alla memoria, quali Piana degli Albanesi, in cui avvenne la prima strage mafiosa dell’Italia Repubblicana più conosciuta come quella di Portella della Ginestra o a Cinisi, città natale e luogo di morte di Peppino Impastato. ([i]Il resoconto dettagliato di questo viaggio sarà pubblicato sul prossimo numero del giornalino d’istituto “I portici”.[/i])

{{*ExtraImg_243606_ArtImgRight_360x640_}}È stato proprio l’incontro con parenti, amici o superstiti delle stragi ad aver commosso e toccato nel profondo i ragazzi, tanto che tutti sperano di poter lasciare il testimone di questa esperienza alle classi degli anni a seguire.

Vi proponiamo di seguito la lettera che una delle ragazze partecipanti ha voluto scrivere a Peppino Impastato, raccontandogli le sue sensazioni sulla Sicilia odierna e non solo.

[i]”Caro Peppino,

mi chiamo Sara, ho 18 anni e vengo da L’Aquila.

Sono stata a Palermo qualche giorno fa ed ho comprato il libro che tuo fratello ha scritto su di te. Si chiama “Resistere a Mafiopoli”.

Lo sto leggendo ora e mi sono resa conto che le cose che denunciavi 40 anni fa sono tuttora una piaga.

Vorrei poterti dire che la mafia non esiste più, ma purtroppo c’è ancora e non sta solo in Sicilia, ma ovunque, anche qui a L’Aquila.

Sei anni fa 309 persone della mia terra sono morte perché la mafia si arricchisse. Perché il “nero” che alcuni costruttori prendono altro non è che mafia; il negoziante che sotto casa non mi fa lo scontrino, mafia uguale; tutti quelli che vincono i concorsi grazie alle raccomandazioni, mafia.

La mafia oggi ha cambiato faccia, dopo Falcone e Borsellino non ha ucciso più perché non gli conviene: creerebbe solo altri martiri, altri esempi scomodi.

La mafia oggi è più subdola, non si fa riconoscere e prende il caffè la mattina nello stesso bar del politico o del manager di turno.

La politica poi, non ne parliamo! Destra e sinistra non esistono più: sono tutti immischiati assieme in un’orgia schifosa e quelli legati col doppio filo alla mafia formano quella ”valanga di merda” che denunciavi anche tu.

Per fortuna tante cose sono state fatte e non da poco conto. Penso al maxi processo di Falcone e Borsellino, che forse anche da te hanno preso spunto; penso a Totò Riina in carcere e con lui Bernardo Provenzano. Penso al processo per il tuo assassinio, uno dei pochi casi in cui non ha funzionato il meccanismo tanto efficace della macchina del fango, quella che ha coperto negli anni tanti responsabili ed isolato invece tanti altri rendendoli esposti ed attaccabili.

Ed allora mi viene da pensare che io il mondo in mano a questa gente non glielo voglio lasciare, che anche se solo per un breve momento voglio fare qualcosa che la faccia se non spaventare, almeno impensierire.

Quindi la prossima volta che mi diranno che se voglio la fattura il prezzo si alza, io chiamo i carabinieri.

La prossima volta che al bar non mi fanno lo scontrino, io blocco la fila.

Ed alle prossime elezioni vado a votare. E scelgo il meno peggio.

Perché la mafia non aspetta altro che non si vada più a votare, non vuole altro che la rassegnazione, ma noi non ce la possiamo permettere.

Qui, Peppino, si deve continuare a resistere.”

Sara S.[/i]

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