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Il 19 maggio di San Pietro Celestino

di Vincenzo Battista

“[i]Questo sogno l’ho fatto il 19 maggio, quando le spoglie di Celestino V sono state portate dall’Aquila a Isernia e sono passate per Sulmona. Quando l’ho sognato, Celestino V mi diete un pezzo del suo corpo, un pezzo di carne. Mangia – mi ha detto – serve per guarire lo stomaco[/i]”. Così raccontava Domenico di Case Eustacchio (1987), un villaggio alle pendici del Morrone, dove sono state raccolte numerose fonti orali sul culto di San Pietro Celestino che sembrano catapultarci nell’epoca del “Processo informativo di Canonizzazione”, nel XIV secolo, quando si “raccoglievano” sul “campo” le testimonianze utili per dare corpo alla canonizzazione dell’eremita Pietro.

Ma l’area geografica, la fascia pedemontana in particolare, mantiene tuttavia una sua deterrenza spirituale, un grande accumulo di sette secoli ancora tutto da esplorare, di devozione, scaturigine dall’esperienza dell’anacoreta Pietro e del suo arrivo sul Morrone, secondo il Marino (storico) nel 1240: la grotta ”rivestita in volta” sotto l’abbazia di Santo Spirito del Morrone; la grotta e l’eremo di Sant’Onofrio a metà costa sul Morrone; la chiesa di Santa Croce, a 1300 metri, oltre a i continui spostamenti nella Maiella. Segni distintivi questi, punti di forza di una intuizione popolare che, partita da una vicenda storica, ha creato stazioni di culto, percorsi sacri, pellegrinaggi, feste popolari: interpretazioni storico-religiose, “pratiche” secolari delle comunità locali, che si sono tramandate la cultura dei luoghi e dell’ambiente, degli antenati, la loro stessa identità, in definitiva.

{{*ExtraImg_242835_ArtImgRight_300x141_}}“[i]A mio parere le ideologie – scrisse Ignazio Silone in [i]L’avventura di un povero cristiano[/i] – non meritano che raramente l’importanza che ad esse si attribuisce. Il più delle volte sono maschere, alibi o ornamenti. Comunque, la spiritualità d’un serio movimento di popolo non si esaurisce mai nell’ideologia, e chiunque voglia farsene una chiara nozione non deve limitarsi ad osservare le sue insegne. . . [/i]”.

Il 19 maggio muore a Fumone Celestino V, Pietro del Morrone. 17 anni dopo, il 5 maggio 1313, nella cattedrale di Avignone, viene proclamata la canonizzazione di San Pietro Celestino, dichiarata da Clemente V. Per istruirla e portarla a compimento, molti anni occorsero all’Arcivescovo Capozio e ai suoi inquisitori, che aprirono il “Processo informativo di Canonizzazione” il 13 maggio 1306 a Napoli, ed alcune sedute furono anche tenute a Sulmona e a Castel di Sangro, per via delle numerose testimonianze raccolte sul luogo, concludendolo appunto nel 1313.

Del processo, il Marino (anno 1630) riferisce che furono consultati più di “320 testimoni giurati, degni di fede”: discepoli, prelati, gente comune, che conservavano la memoria di eventi straordinari. Questi avevano cambiato la loro “esistenza” e concorrevano anche a ricostruire la vita eremitica, la “santità”, la quotidianità spirituale di Pietro eremita del Morrone.

{{*ExtraImg_242836_ArtImgRight_300x456_}}Giovanni Pansa, nel 1894, pubblicò un ampio stralcio del processo, definito un cartaceo del XIV secolo, a carattere gotico minuscolo, “ad interpretazione dell’antico”, rilegato in pergamena, conservato presso il Capitolo di San Panfilo a Sulmona. “[i]L’ultima fonte autentica dei fatti interessanti [/i]” afferma, in appendice al suo libro “[i]Celestino V e i solitari del Monte Maiella[/i]”.

Dal verbale del ”Processo di Canonizzazione” abbiamo scelto un brano, relativo al teste 107, Angelo Di Giovanni di Alberto, “di anni 17 o 18”: “[i]Era infermo al ginocchio per una piaga invano curata dai medici di Sulmona. Portato a fra Pietro nella cella di Sant’Onofrio restò sano e liberato. Il Santo fece sciogliere la legatura delle piaghe e la toccò segnandola con la croce. Afferma il giovane che mentre recò la mano sulla piaga ne aveva sentito refrigerio ed era rimasta seccata. . . [/i]”.

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