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Dante, un italiano ante litteram

di Andrea Giallonardo

«Da poco frequento una ragazza straniera, l’ho conosciuta all’università, Galeotto è stato un corso di letteratura. Lei mi ha raccontato di essere già stata nel nostro bel Paese, proprio nei giorni in cui Papa Benedetto XVI faceva il suo clamoroso gran rifiuto; si chiama Katia ed è russa, ogni mese torna a casa per vedere i suoi familiari ed ora vuole che io l’accompagni. Starò fresco se in futuro mi toccherà fare avanti e indietro tra l’Aquila e Mosca! Lo farò volentieri però perché le voglio molto bene, un amico ha tentato di scoraggiarmi ma ciò che dicono gli altri non mi tange anzi, guardo e passo, diretto a Mosca!».

Non ho conosciuto nessuna bellezza moscovita, (mio malgrado), chi tuttavia riuscirebbe a riconoscere in questo breve monologo fittizio le sei espressioni entrate nel nostro linguaggio quotidiano grazie alla Commedia di Dante Alighieri?

La grandezza di un poeta, e più in generale di qualsiasi letterato, si misura anche e soprattutto dalla capacità di avere un ruolo incisivo nella cultura del Paese in cui vive, dalla capacità di arricchire con le sue opere l’identità del popolo cui appartiene e questo ben oltre la semplice diffusione di espressioni verbali , che pure sono di ciò un indice inequivocabile. La figura di Dante è in questo emblematica, il poeta fiorentino è uno dei padri della nostra cultura ed in questa settimana, nel giorno di lunedì 4 maggio, è caduto il settecentocinquantesimo anniversario della sua nascita. Uomo politico, poeta, linguista, viene studiato da secoli eppure non si riesce ancora a definire con chiarezza il suo ruolo nella vita politico – sociale nell’Italia d ‘ inizio 1300 tanto è ricca la produzione letteraria che ci ha lasciato; addirittura, e ciò è molto frustrante, non abbiamo di lui nessun’opera autografa.

La mancanza di scritti originali non ha però impedito che il Sommo Poeta divenisse parte integrante della nostra identità, dall’antichità ad oggi infatti vi sono state figure di spicco appartenenti alla politica, alla filosofia, alla storiografia ed a tutte le discipline ad esse correlate, che con il loro lavoro hanno contribuito in maniera determinante alla formazione dell’ETHOS del popolo italiano. Con Dante tuttavia ci troviamo di fronte ad una figura estremamente complessa che corrisponde pienamente a quello che il paleontologo americano John D. Miles ha definito non HOMO SAPIENS bensì HOMO NARRANS, in riferimento all’importanza che la letteratura ha avuto e continua ad avere ormai da più di duemila anni. Possiamo iniziare col dire che il genio di Dante trovò realizzazione in due ambiti letterari, quello poetico e quello scientifico; se infatti Dante è conosciuto principalmente per la Commedia non bisogna dimenticare che egli fu autore di un’opera fondamentale per quella che sarebbe diventata la perdurante “Questione della Lingua”, ossia il DE VULGARI ELOQUENTIA. Procediamo a ritroso: chiunque abbia studiato un minimo la letteratura italiana sa che la Commedia è posteriore al DE VULGARI ELOQUENTIA, gli studiosi collocano la sua redazione negli anni tra il 1304 ed il 1321, in essa sono contenuti il pensiero politico e filosofico dell’autore, il tutto in una cornice di carattere religioso che fa dell’opera una sorta di SUMMA THEOLOGIAE di S. Tommaso messa in versi.

La sua fortuna fu immediata ed ispirò molteplici imitazioni, venne copiata sin dai primissimi anni e letta pubblicamente. L’aggettivo “divina” le venne attribuito da Giovanni Boccaccio che nel 1373 redasse il Trattatello in laude di Dante, a testimonianza della grande ammirazione che l’autore suscitò negli intellettuali a lui successivi. Data la vastità delle tematiche trattate la Commedia è a tutt’oggi oggetto di una vera e propria esegesi, a noi però interessa il grande merito che questo componimento ha avuto nell’indirizzare il dialetto fiorentino verso il cammino che lo avrebbe portato a costituire la base della moderna lingua italiana. Dante non scrisse la Commedia con questo intento, è stata l’immensa fortuna dell’opera a portare alla ribalta il volgare fiorentino, il poeta tuttavia avvertiva molto bene quanto fosse necessaria una lingua comune nella Penisola e trattò l’argomento nel DE VULGARI ELOQUENTIA.

Si tratta di un’opera che precede la Commedia, essendo stata composta tra il 1303 e il 1305, e può essere considerata a tutti gli effetti come la prima mappatura linguistica dell’Italia. Ovviamente in essa Dante affronta la questione come uomo del suo tempo ed infatti, nonostante una trattazione di ampio respiro, non riesce a pervenire ad una precisa conclusione, tuttavia con il DE VULGARI ELOQUENTIA l’autore gettò un seme che nei secoli immediatamente posteriori è germogliato nella Questione della Lingua ed è principalmente grazie a Dante ed agli autori che a lui si sono ispirati se noi oggi possiamo esprimerci in un linguaggio la cui nobiltà, eleganza e musicalità è senza pari.

Pietra miliare di questo percorso è stata l’opera di Pietro Bembo, autore veneto che nelle Prose della Volgar Lingua, del 1525, riconobbe il primato del fiorentino la cui forza risiedeva in un’ illustre tradizione simboleggiata dalle figure dei tre autori più celebri, le Tre Corone: Dante Alighieri, Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio. La proposta bembiana, seppur discussa, si è imposta sino ai giorni nostri, salvo alcune “modifiche” apportate da Alessandro Manzoni intorno al 1868. Ciò ha fatto sì che i giovani italiani, almeno quelli abbastanza scolarizzati, potrebbero idealmente parlare con degli autori di sette secoli orsono potendosi comprendere con essi abbastanza bene e questo non potrebbe accadere negli altri paesi europei. Fantasia a parte resta il fatto che la lingua italiana è per noi una risorsa oltre che un patrimonio immateriale dal valore inestimabile, sono tante infatti le persone nel mondo che vorrebbero studiare la nostra lingua; la nostra è la quarta lingua più studiata ed i sette licei italiani all’estero sono considerati scuole d’elite, ma possiamo e dobbiamo fare di più.

Si può dire che gli italiani abbiano vissuto due diaspore, le grandi emigrazioni di fine 800 e del secondo dopoguerra, allora l’italiano non veniva parlato dalle famiglie di emigranti e questo comprensibilmente, si doveva imparare la lingua del paese in cui si era giunti per non subire ulteriori discriminazioni.

Di ciò avvertono ancora il peso i tanti italiani nel mondo che pur vivendo in altri paesi e parlandone la lingua non hanno mai smesso di sentirsi tali e tanti vorrebbero tornare a parlare anche l’italiano. Questa problematica è stata ribadita lunedì in Senato allorchè sono state aperte le celebrazioni per i 750 anni dalla nascita di Dante, alla presenza delle più alte cariche dello Stato e con l’intervento di Roberto Benigni che ha commentato il XXXIII canto del Paradiso. Un omaggio alla figura di Dante è arrivato anche dal Papa che, per bocca del Cardinale Gianfranco Ravasi, ha definito il poeta un “profeta di speranza”, un giudizio calzante e quanto mai gradito, soprattutto alla luce del fatto che la Commedia, per lungo tempo, ha figurato nell’Indice dei libri proibiti dalla Chiesa Cattolica.