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Ricostruzione, prima i soldi . . . e poi?

di Giampaolo Ceci*

Con il mancato rinnovo del gruppo “dirigente” dell’Usra si sta delineando il nuovo assetto decisionale della ricostruzione aquilana e i suoi nuovi vertici di comando. Si sta imponendo di nuovo, ma sotto forme diverse, la stessa governance guidata dall’architetto Fontana. Un sistema organizzativo che aveva dato buoni risultati nella gestione di giochi del mediterraneo e in ogni altro grosso affare gestito dallo stato. L’obiettivo prioritario di cui si discute, però, non è sul migliore assetto organizzativo della ricostruzione definito “paesano” dai dirigenti dell’Usra cui non è stato rinnovato il contratto, ma a cui non si è data neppure una risposta soddisfacente contrapponendo alle critiche un disegno organizzativo diverso e più efficace, ma piuttosto si discute solo di come “portare soldi in città”.

I soldi ci sono? Non ci sono? Come se per ricostruire la città bastasse l’assegnazione di qualche miliardo di euro. Concentrarsi sulla sola richiesta di “denaro” mi pare riduttivo. Non mi pare si faccia molto per affrontare le problematiche tecnico organizzative che stanno dietro alla ricostruzione della città, se non per confermare procedure maldestre finalizzate alla concessione dei “contributi” che, ancora oggi, appaiono francamente astruse e inutilmente complicate.

In questo disegno organizzativo sconclusionato la ricerca dei “Soldi” é l’unico fattore comune, che coniuga gli interessi del governo, delle grandi imprese e la maggioranza delle forze politiche locali. La migliore organizzazione va in secondo piano.

Ai politici locali non pare vero aver ottenuto un sistema organizzativo che consente di poter colloquiare direttamente col ministro bypassando l’organo istituzionalmente preposto a questo che é la Regione, che inspiegabilmente tace, delegando ad altri le funzioni del suo ruolo. Per lo Stato e la Regione, la ricostruzione dei territori Aquilani quindi é questione locale, priva di conseguenze regionali! Fortuna che la Regione subisce e non rema contro. E non pare vero neppure al governo essere riuscito a riprendersi il controllo della vecchia struttura di missione che sembrava rottamata con le dimissioni dell’architetto Fontana e l’indisciplina dell’ingegnere Aielli. Ora tutti sono concordi e impegnati nel perseguire un unico obbiettivo: trovare i soldi… Ma, una volta ottenuti i”soldi” che si fa?

{{*ExtraImg_241294_ArtImgRight_300x355_}}Per capire se le risorse genereranno davvero un flusso economico in grado di risollevare l’asfittica economia locale basterebbe vedere dove si sono incanalate le risorse erogate fino ad oggi nella ricostruzione della periferia aquilana. Ci si renderebbe conto che qualche cosa non funziona nel lodevole disegno politico finalizzato unicamente a trovare le risorse finanziarie per la ricostruzione. Ci si renderebbe conto che in realtà le scelte politiche effettuate stanno portando acqua al mulino di altri che si mostrano accondiscendenti amici, ma che in realtà ci stanno sapientemente manovrando perché facciamo i loro interessi. Basta fare un giro nella periferia ristrutturata per rendersi conto che le risorse erogate non hanno lasciato un ambiente urbanistico più qualificato da nessun punto di vista. Ma, c’é di peggio, in molti casi l’hanno pure peggiorato!

Mi riferisco all’estetica delle facciate e alla funzionalità degli spazi comuni e servizi di quartiere.

L’occasione del sisma non è servita per “pulire” le brutture per abbellire le periferie o dotarle di migliori servizi pubblici…anzi, intere lottizzazioni che prima del sisma presentavano una certa unità architettonica, dopo gli interventi l’hanno persa e sono diventati agglomerati che spesso non colloquiano tra di loro neppure nel colore delle facciate e negli spazi comuni.

Poco mi pare sia stato fatto per razionalizzare le piantumazioni, le aiuole, gli spazi di sosta e parcheggio, modificare e razionalizzare i percorsi tra gli edifici le aree da adibire al gioco dei nostri bimbi o si è preteso abbattimento di quegli edifici lesionati che seppure non abusivi, “disturbassero” il quartiere per qualità architettonica o ubicazione irrazionale, proponendo loro lo spostamento a compensazione in altre zone della città, di pari valore.

Insomma é mancato ancora una volta il quadro generale di ciò che si stava facendo. Insomma, un disegno urbanistico di ristrutturazione generale della periferia in grado di cogliere l’opportunità del sisma per migliorare l’esistente.

Anche dal punto di visita economico le cose non mi pare siano andate meglio. I lavori sono stati affidati in larga parte, senza alcun ribasso, ad imprese non locali che hanno usato gli artigiani locali per i lavori marginali in subappalto e poi se ne sono andate senza neppure ringraziare chi si é dannato per fare arrivare i soldi in città.

Si vuole rifare lo stesso errore anche per il centro cittadino? Si vuole essere ricordati come benefattori delle imprese del nord e quelle camorristiche? Visto che non abbiamo il modo perché i proventi della ricostruzione contribuiscano alla crescita della economia locale, almeno costruiamo qualche casa che ci servirà in futuro per generare reddito. Se ci si accontenta della ricostruzione delle case senza pensare a migliorare la città e suoi servizi, senza neppure creare lavoro per chi poi le abiterà, non facciamo gli interessi della città.

Dove mi sbaglio? Ma, a ben pensarci, anche se avessi ragione in fondo é giusto così. Ogni popolazione deve esprimere il suo massimo e decidere autonomamente del suo futuro. Il risultato delle sue decisioni però fornisce implacabilmente la misura di quello che sa esprimere la sua classe dirigente.

[i]*direttore del Centro Studi Edili di Foligno[/i]