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Le parole e i simboli di San Bernardino da Siena

[i]Fotografie scattate da Vincenzo Battista a bordo di un elicottero pilotato da Giorgio Zecca.[/i]

di Vincenzo Battista

Il secondo da sinistra, tra San Giovanni Battista e San Girolamo, ha il volto austero e assorto, gli occhi bassi, il saio avvolto intorno al collo, “iscritto” nel Pantheon delle “divinità” del passato e contemporanee. Così nella Pala di Brera o chiamata Montefeltro, Piero della Francesca (1472 c a. – tempera e olio su tavola 251×172 cm Pinacoteca di Brera, Milano) lo rappresenta nel dispositivo di una pittura analitica (ricerca minuziosa, quasi ossessiva nel dialogo con una luce profetica), dettagliata (addirittura i riflessi metallici dell’armatura), simbolica (il ciondolo di corallo del Bambino e l’uovo che pende dalla conchiglia dell’esedra semicircolare), virtuosa (i giochi di una luce astratta, quasi metafisica, gli spazi prospettici, le profondità sfumate) come non si sarebbe mai più vista nella rappresentazione allegorica di una “corte” la cui fama si propagò in tutta Europa. Comunque, lui, San Bernardino, con quel volto è lì, testimone di un segmento storico, presenza che lo unisce a Federico da Montefeltro, duca di Urbino, forse amico, forse confessore, certa invece è la collocazione della Pala nella chiesa che porta il suo nome a Urbino per 329 anni e, all’interno, il Mausoleo Ducale. Ma molto tempo prima. . .

“[i]Predicavo nelle piazze del convento di San Francesco innanzi a numeroso uditorio nell’ora fra terza e sesta, quando apparve una stella fulvissima ch’era venuta a posarsi perpendicolarmente sul mio capo. La gente – continua Giovanni da Capestrano – vedendo quello spettacolo rimase meravigliata e levando in alto lo sguardo gli astanti si invitavano gli uni e gli altri a contemplare la stella. Poiché non conoscevo la causa dell’insolita distrazione del popolo che n’era stato tanto cortese d’attenzione, ne richiesi il motivo. E quanto n’ebbi la risposta e levai gli occhi e vidi la stella che pendeva sul mio capo, riconobbi ch’era quello il medesimo astro che un giorno era venuto a posarsi sulla testa di Bernardino mentre predicava a Collemaggio . . .[/i]”

Due stelle luminose, quindi, prodigiose e leggendarie, sui due “Migliori” predicatori dell’Osservanza, Bernardino degli Albizzeschi “Il Maestro”, senese, e Giovanni da Capestrano il “Discepolo” peregrinante, conosciutisi tra il 1418 e il 1420, “viaggiatori uniti” per venticinque anni, spinti nel nome dell’apostolato e di un grande ideale: il ritorno alla primitiva osservanza della povertà francescana, contro le miserie, gli odi, le rivalità nelle città italiane. Insieme attuarono un piano strategico, una grande opera di mediazione per placare le controversie, sensibilizzare le comunità nelle piazze e condannare i peccati. Due stelle luminose scese sul capo, metamorfosi della parola evangelica, diventate anche patrimonio monumentale, leggenda urbanistica, di rilievo, nella città quattro-cinquecentesca: la basilica di San Bernardino da Siena, testimone della fede e della raffinata cultura aquilana dove il santo “[i]dorme il sonno dei Giusti[/i]” e, affiancato, l’ospedale di San Salvatore voluto da Giovanni da Capestrano, raffinato, colto teologo, e santo guerriero.

Un nuovo disegno dell’Aquila ha inizio, dunque, dalla “parola” che trascina la predicazione, dall’altissimo significato spirituale, diventa infine gioiello architettonico, patrimonio della città che muta così il suo schema urbanistico della metà del XIII secolo, dove “[i]Meglio si può vivere senza pane che senza giustizia[/i]”, commentava in una predica San Bernardino.

Nato a Massa Marittima nel 1380, entrò nel 1408 nel convento di san Francesco a Siena. Nell’intensa attività adottò l’emblema dell’insegna monogrammatica (conservata nel convento di San Giuliano) nel nome di Gesù (IHS) sormontato da una croce e inscritto nella geometria in un sole raggiante. E’ patrono dei predicatori, dei lanaioli, corporazione allora fiorente a Siena, dei tessitori e per la “combattività” è diventato protettore dei pugili; invocato contro le emorragie, la raucedine e le malattie polmonari, per la voce rauca a seguito delle predicazioni.

In cammino nell’Italia meridionale, stremato nella salute, giunto a L’Aquila, morì nel convento di San Francesco il 20 maggio del 1444. Personaggio straordinario, come narrano le cronache, viene ricordato nell’incontro con la “Nobil Contrada dell’Aquila” di Siena con l’olio portato dagli studenti, i tre colpi sulla porta e le delegazioni delle due città nel rito simbolico annuale. Impronte, tracce che conserva la terra aquilana e la città nella sua Pala pietosa, una Deposizione, un’immagine di silenzio, e nel suo Pantheon di figure dolenti e piegate, iconografia, metafora del disastro che ci appare ancora senza ritorno.

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