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Aprile 2015: le tragedie dei bambini

di Roberta Mancini*

[i]Il fanciullo deve beneficiare di una speciale protezione e godere di possibilità e facilitazioni, in base alla legge e ad altri provvedimenti, in modo da essere in grado di crescere in modo sano e normale sul piano fisico intellettuale, morale, spirituale e sociale in condizioni di libertà e di dignità. Nell’adozione delle leggi rivolte a tal fine la considerazione determinante deve essere del fanciullo.[/i] (Dichiarazione di Ginevra dei diritti del fanciullo, 1924 – Principio secondo).

La redazione di quest’ultimo contributo si rivela più complicata del previsto. Frammentaria. Vorrei scrivere di bambini felici, più o meno come sempre, di consigli affabili che mi sento di dare a proposito di… No, devo tornare indietro poiché non è il tempo – non è il mese si potrebbe specificare – dei bambini felici.

Decido quindi che questo misero intervento avrà il volto e la memoria di quei 40-50 bambini che il 19 aprile scorso hanno perso la vita (se di vita si può parlare, se non sarebbe meglio accennare ai minuscoli battiti che la contraddistinguono quando un cuore è troppo piccolo e poco pronto) nella peggior tragedia migratoria del Mediterraneo che si ricordi.

Un barcone di più o meno 20 metri si è rovesciato nell’ormai infelicemente noto Canale di Sicilia che, nella nostra memoria, non è più tanto importante per le sue connotazioni geografiche quanto per quelle attuali delle sempre più frequenti “tragedie del mare”. Le dinamiche degli eventi erano più o meno chiare dal principio, quando si riferiva che la barca si fosse ribaltata perché il peso degli emigranti, dapprima distribuito in maniera quasi equa, si sia condensato in poco spazio alla vista di una nave da salvataggio portoghese. Alla vista di una possibilità. Le vittime sono più di 700 per i media, più di 900 secondo uno dei testimoni sopravvissuti, un ragazzo originario del Bangladesh. I sopravvissuti, sì; ma una cifra irrisoria, paradossale rispetto ai numeri della morte. Sono 28, tutti di sesso maschile. Accendendo la televisione ti passa la voglia persino di rifletterci su tanto veniamo bombardati da capi di accuse reciproche, mentecatti politicanti che si danno il cambio con la litania del proprio dispiacere e promesse di soluzioni menzognere. Passano sei giorni, la difficoltà a mettere per iscritto qualcosa è la medesima come l’impotenza di non poter far molto quando la storia non si ferma.

E un’altra porzione di mondo non naufraga ma trema. In Nepal. Ancora una tragedia, questa volta affondata nella terra, in cui il numero di vittime, migliaia, non si può ancora circoscrivere a un numero definito data l’entità della catastrofe sismica. Il titolo che mi colpisce di più è inciso a caratteri chiari sulla home page del sito dell’Unicef: “servono aiuti per quasi due milioni di bambini”. Non è semplice deformazione professionale, è la disperata presa di coscienza che i bambini no, non sono tutti uguali. Non come vorremmo. Non come ci fece sperare l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite quando, il 20 novembre del 1989, approvò la Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, compimento di un percorso avviato nel 1924, con la Dichiarazione di Ginevra dei diritti del fanciullo, dalla Società delle Nazioni Unite in seguito alle rovinose conseguenze che la Grande Guerra produsse sui bambini.

Se penso a quelli da cui sono attorniata, che si tratti di famiglia o di mestiere, non posso fare a meno di notare le differenze come fosse un gioco macabro dell’ultimo numero di una rivista enigmistica. Il mio non vuole essere un atto accusatorio della nostra “fortuna” o un banalissimo appello moralistico alla “ricordiamoci di chi è più sfortunato di noi”. No, è semplice voglia di condivisione. Di alcune immagini in particolare.

Restando col pensiero ai bambini da cui sono circondata distinguo, per esempio, scene simili: bambini che corrono verso i loro genitori. Bambini che giocano indisturbati. Bambini che mangiano. Bambini che ridono. Poi cambio lo sfondo. Tolgo una casa, un asilo, un parco e ci metto un barcone o il cumulo di macerie di un Paese povero. E immagino lo stesso bambino in braccio a sua madre correre in direzione della nave portoghese. O i bambini che si abbracciano nella polvere. Che non mangiano, che non giocano indisturbati. Che non ridono. Che muoiono. E la consapevolezza cresce fino a diventare un dolore inaccettabile.

*[i]Roberta Mancini {{*ExtraImg_221884_ArtImgRight_300x210_}}

ha 26 anni ed è stata un’esperta baby sitter. Aquilana doc, è un’educatrice infantile. Si è occupata di assistenza, tutela ed educazione di bambini dai 3 ai 36 mesi. Le principali attività svolte a supporto dei bambini sono state: di tipo grafico-pittoriche, attività manipolative e di tipo motorieHa conseguito il diploma di Liceo delle Scienze Sociali presso l’Istituto d’istruzione superiore ‘Domenico Cotugno’ di L’Aquila[/i].

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