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Je Postaccio, un angolo di ieri nell’Avezzano del domani

di Gioia Chiostri

La fame delle proprie origini alla base della moderna idea di aperitivo serale affogato al Montepulciano Dop. Pane, sale, olio e marsicanità a km 0. All’angolo fra via Corradini e via Salto, s’incrocia lei: una cantina dal sapore dello Ieri incastrata nell’Avezzano del domani. E’ stato inaugurato il giorno 23 aprile scorso il primo bacaro marsicano: un posto, anzi un ‘Postaccio’ come ci tiene a sottolineare il proprietario, unico nell’entroterra della zona fucense, in quanto ‘vetrina’ arcaicheggiante del gusto primitivo della Marsica. Sentir ordinare, dal proprio vicino di sedia nodosa, un’ombra di vino (un bicchiere) o magari la classica scioppetta che nessuno, forse, oggigiorno ricorda più – vino e gazzosa miscelati nello stesso recipiente vitreo – ha lo stesso effetto di una macchina da cucina del tempo attrezzata ad hoc.

Il ‘Postaccio’, in diletto avezzanese ‘Je Postaccio’, è un «punto di ristoro che trae spunto dagli storici bacari veneziani, ossia una sorta di osterie semplificate dove si incontra una vasta scelta di vini in calice (ombre o bianchini) servizi assieme ai caricaturali ‘cicheti’ (spuntini). Il discorso del bacaro, poi, mi ha sempre affascinato: l’ho sempre vissuto in altri luoghi geografici e ho sempre pensato al giusto modo di trapiantarlo qui, nella Marsica. Ho inteso, quindi, attraverso questo nuovo luogo di ristoro avezzanese, mettere in piedi un connubio concreto fra le nostre specialità culinarie – insaccati, formaggi, vini, salsicce e patate fucensi – e un’innovativa idea di locale per spuntini veloci e/o aperitivi. Una specie di osteria delle origini, laddove cioè l’oste non era rappresentato solo dal proprietario del locale, ma anche dal cliente che, fraternizzato, si prendeva comodamente la briga di servirsi da solo un bel bicchiere di vino rosso», così Paolo Verna, avezzanese d’origine, ma romagnolo adottato per lavoro, che, assieme alla fidanzata Vittoria, ha deciso di esportare fra bar, ristoranti e pizzerie varie del nostro hinterland territoriale una specie di dimora delle leccornie abruzzesi. Lunga la strada di chi, circondato da scialuppe di salvataggio quali contratti di solidarietà, indennità di disoccupazione e cassa integrazione in deroga, decide di puntare i piedi e credere fermamente nel miglioramento delle abitudini economiche di un Paese già miscredente di per sé.

{{*ExtraImg_240948_ArtImgRight_300x225_}}L’idea prende il via da Venezia, quindi, laddove, cioè, i bacari si rincorrono all’ordine del giorno. «Il mio Posto, però – aggiunge Paolo, che proviene dal mondo dell’animazione – è un postaccio informale al quale ci si accosta per fare una chiacchiera in compagnia. Qui, ognuno ha l’abitudine di sentirsi a casa propria, poiché la Marsica e l’Abruzzo in generale vi hanno messo la firma in ogni dove. Mi piaceva l’idea di una tana vecchio stile, graffiata, però, dai rumori del presente». Ed in effetti, all’entrata, l’insegna recitante: ‘[i]Olio di Oliva[/i]’ e ‘[i]Olio di Semi[/i]’ su una superficie di pseudo-rame, non potrebbe essere più accogliente di così. Risale, quella, al 1954, quando, cioè, proprio in quell’angolo di un’Avezzano al comincio della impennata economica, nacque uno dei primi alimentari della zona. Vendeva di tutto e profumava di buono.

{{*ExtraImg_240949_ArtImgRight_300x300_}}«Furono i miei genitori a rilevarlo poi, all’incirca 26 anni fa. Dacché mi ricordo io, in questo punto della città, v’è sempre stato da mangiare. Oggi, inauguro un nuovo modo di vedere le nostre origini culinarie. Auspico il ricambio generazionale anche in questo tipo di spaccato di società: prima, erano i nostri nonni a sedersi a tavola, all’Osteria solita, consumando, fra un tressette e una briscola con il morto, una panzanella aromatizzata; adesso tocca ai giovani marsicani, distorti e distratti da un mondo che continua a prendere velocità in esibizione, fare altrettanto. Questa è, in poche parole, la prima Osteria 2.0».

{{*ExtraImg_240951_ArtImgRight_300x225_}}I bicchieri di vetro, infatti, sembrano davvero essere quelli di una volta, con il collo difforme e il bordo segmentato, ottimi per raccogliere un buon vino bianco gelato. Sul menù – una sorta di inno alle bellezze culinarie di un’era guerrafondaia – si scovano gli spizzichi di tanto tempo fa: il senza-tempo ‘pane, sale e olio’, le patate del Fucino croccanti, i crostini con pecorino, tartufo e porchetta. Da bere poi, birra per tutti i gusti: la rossa, la Weiss, la bionda puro malto e una birra artigianale, prodotta dalla ‘Flea’ di Gualdo Tadino, di appartenenza umbra. Una cantina, infine, di 35 tipologie di vino si erge come il giusto basamento per un postaccio con la A di ‘Accio’ maiuscola.

{{*ExtraImg_240952_ArtImgRight_300x225_}}«Il mio cavallo di battaglia – continua Paolo – è la qualità semplice: sui taglieri di salumi e formaggi, spiccano mostarde fatte in casa come quella di cipolla, una golosità artefatta dalla mia fidanzata. Più che a chilometro zero, potremmo definire i nostri prodotti a metro 0. I miei taglieri sono stati creati con l’intento di lasciar condividere il cibo ai clienti: mangiare assieme, allo stesso tavolo e con la stessa voglia di vita è un lusso che, oggigiorno, ci si concede molto poco. Deliziosi i panini: ognuno dei quali ha ‘indosso’ il nome di un mio parente esistito realmente. Il pane con le patate è il nostro protagonista assoluto; condito, poi, con salumi e i formaggi nostrani scaldati con l’aiuto della piastra, diventa una specie di amore a prima vista con il piatto che si ha dinanzi: come dirgli di no?».

Sottesa a tutto ciò, è la volontà di strappare via dalle cornici delle foto di gruppo di ieri, il vecchio sfondo in bianco e nero, e riproporlo, oggi, a colori, in una Marsica social. «Vorrei tanto che la nostra zona fosse valorizzata ancora di più a livello enogastronomico. Far fiorire il know-how a casa propria è un’emozione unica: si può girare il mondo in lungo e in largo, ma la soddisfazione di creare una piccola realtà ambiziosa di divenire nel territorio dove si è cresciuti fin da piccoli, non compete con nulla. Voglio donare il modus operandi che mi è proprio al mio vicinato di una vita fa». Paolo Verna ha incominciato a dire addio alla sua città nativa alla tenera età di 15 anni: un percorso di crescita lungo, il quale, alla fine, lo ha portato di nuovo al punto di partenza, ma in maniera più entusiasticamente matura di prima. «Ritornare in patria con, sulle spalle, il bagaglio ‘rubato’ da altre città vissute, significa portare ricchezza al proprio luogo di provenienza».

L’Alimentari di via Corradini ‘Mancini’ si è trasformato, col senno del poi, nella cucina di tutti. «I miei genitori mi hanno, tout court, passato il testimone. Per 70 anni, qui, v’è stato l’incrocio dei cinque sensi. Oggi io vi rivendico il gusto». L’eternità è un panino rustico addentato e un bicchiere di vino rosso sorseggiato, che è la morte sua. Una diapositiva sempre uguale e sempre felice, questa, nonostante il rumore di sottofondo che potrebbe, a tratti, incrudirla. «Spero di fare: questo il mio obiettivo. La crisi non può toglierci il gusto, per l’appunto, di provare a sorridere di più».

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