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Basilica San Bernardino, un dettaglio perfetto

di Raffaella De Nicola

Una figura emaciata, senza denti, consumata dalle prediche e dalle privazioni ma brillante nella comunicazione. Così si presentava San Bernardino nel saio dei frati minori, l’ordine più aderente allo spirito della povertà voluta da San Francesco quando, nella magnifica città dell’Aquila, lo incontravi con San Giovanni da Capestrano, San Giacomo della Marca nel corpo medievale cittadino del XV secolo, oppure nel ricovero di San Giuliano, luogo prediletto dell’Osservanza francescana, fra le querce, che ora ci guardano con i loro tentacoli secolari. Ma, oltre le prediche, un’icona, in particolare, ci è stata lasciata e ha marcato a fuoco, come sigillo, i portali della scacchiera cittadina.

Nato da un’intuizione, anticipando di secoli la comunicazione moderna, il monogramma bernardiniano da lui stesso realizzato, e per questo diventato, il Santo, protettore dei pubblicitari, poneva l’IHS, Cristo in greco, evocato con il nome proprio per avvicinarci all’umanità del figlio di Dio, come summa e sintesi del messaggio cristiano all’interno di un sole con dodici raggi serpeggianti, su sfondo celeste simbolo di fede, che irradiavano il significato mistico del vangelo. Un brand, in termini moderni, un marchio, un logo che segnava il passaggio della parola santa, lì dove ci si augurava si posasse per quietare, nel caso aquilano, le lotte intestine di fazioni nemiche.

Un successo europeo, questo monogramma bernardiniano, che ha bucato i secoli e ha prediletto, e battezzato, la nostra città se ovunque volgiamo lo sguardo lo ritroviamo. Ora lo guardo con la testa in su, sono nella Basilica di San Bernardino, finalmente ha recuperato il cielo dietro i raggi dorati, occultato per tanto tempo da un verde che ne appannava l’originario equilibrio cromatico, riscoperto grazie alle operazioni di pulitura e velatura ed un’accurata diagnostica nei Laboratori dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze seguiti dagli Istituti periferici dell’allora MiBACT. Ed i ceci della Piana di Navelli, terra bassa, la nostra, schiene piegate alla fatica, ceci piccoli e rossi, dorati e stuccati proprio sulle lettere del monogramma per creare l’effetto chiaroscurale, quasi ad onorare il pensiero economico del Santo sulle condizioni del duro lavoro espresso nella sua opera [i]Sui contratti e l’usura[/i].

Restauro vincente, questo della Basilica, felice sinergia fra varie forze che inaugurano la nuova illuminazione, autorale, dell’architetto Storaro, figlia d’arte, interpretando il linguaggio dell’architettura e della luce, non solo all’interno con il bianco dei Led, ma anche nella facciata di Cola dell’Amatrice dove le ombre, ora, raccontano un nuovo orizzonte, luce oltre la luce.

In punto di morte San Bernardino volle tornare proprio a L’Aquila e qui si spense il 20 maggio del 1444, sulla nuda terra nella celletta del convento di San Francesco, a Piazza Palazzo, dove ogni anno mia madre mi portava ed io mi muovevo in soggezione fra quella povertà che aveva raccolto tanta ricchezza.

Si racconta che il suo corpo, esposto alla venerazione, grondò sangue prodigiosamente, facendo finalmente ritrovare la pace ai rissosi cittadini. I frati, che l’accompagnavano, volevano riportare la salma a Siena, ma gli aquilani lo impedirono, concedendo solo gli indumenti indossati dal Santo.

Eredità corposa, regalo mirabile, alla nostra città, vie e vite incrociate, da allora, sotto un sole a dodici raggi silenziosamente sceso dal soffitto bernardiniano, dai portali, dalle tele dipinte, accompagnando, invisibile, il percorso di una comunità dove tanto si è perso, tutto si trasforma e l’uomo riprogramma un futuro sui tracciati segnati dalle pietre miliari di un passato che riemerge.

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[i]San Bernardino, soffitto verde prima del restauro[/i].

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[i]Impalcatura durante il restauro che ha rilevato i ceci della Piana di Navelli[/i].