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Basilica San Bernardino, torni la grande musica

di Amedeo Esposito

La solennità che punteggerà il 2 maggio prossimo il rientro delle spoglie di San Bernardino da Siena nel suo immenso tempio, bellezza altissima dell’arte, non potrà non volgere la città al richiamo affinché torni in esso la grande musica europea che librò L’Aquila nelle più elevate vette della cultura mondiale.

Con le radici nel nome del Santo, che “[i]. . . raccomandando il suo spirito al Signore, mandò fuora l’anima Santa il giorno 20, di Maggio dell’Anno 1444, a hore 22, mentre nel Vespro si cantava in coro Al Magnificat l’Antifona . . .[/i]”.

Il rinnovato simbolo della città, che s’erge nel cielo, col sole che volle a metà del‘400 Bernardino degli Albizeschi e che da allora risplende in Siena e in tutte le contrade dell’Occidente, i cui raggi d’oro illuminano i pellegrini lungo il “cammino di Santiago di Compostela”, è pronto a riprendere il suo percorso di fede e nell’arte tutta aquilana, la cui espressione è data dal mausoleo del Santo (opera di Silvestro dell’Aquila), ma anche dalla grande musica che in ogni tempo ivi si elevò nelle espressioni più alte.

Per i moderni, restano punto fermo le note della Passione Secondo San Giovanni di Bach dell’Orchestra e Coro dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia (direttore Hermann Scherchen), ascoltate il 3 settembre del 1950, da circa seimila spettatori (compresa una delegazione di Senesi), per la celebrazione del quinto centenario della canonizzazione del Santo.

Fu un quinto centenario musicale – svolto sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi – perché entrarono nella basilica i grandi del tempo, come l’organista Fernando Germani, con le musiche di Frescobaldi, per giungere all’apoteosi, data il 20 e 21 settembre , dall’Orchestra Wiener Symphoniker ed il Singverein der Gesellaschaft der Musikfreunde di Vienna diretti da Herbert von Karajan, che eseguirono la Missa Solemnis di Beethoven.

{{*ExtraImg_240379_ArtImgRight_300x267_}}Karajan riservò all’Aquila la sua “due giorni”, prima di fermarsi a Milano, senza toccare altre città, compresa Roma.

Fu stagione o festival di lancio della “città della musica” aquilana, i cui traguardi furono sempre più elevati e noti oltreoceano e al di là ed al di qua dell’Europa, divisa allora dal muro di Berlino.

Entro il “grande auditorium” della città, come Nino Carloni soleva indicare la basilica bernardiniana, s’ebbe l’insegnamento, non disgiunto dalla grande musica, alla pacificazione dei popoli europei “cantata” con forza ed autorevolezza da Giovanni Giantedeschi (San Giovanni da Capestrano) difensore della fede contro l’invasione dei turchi di Vienna e dell’Europa.

Improntati dallo spirito di San Giovanni da Capestrano, i grandi avvenimenti – protrattisi lungo l’ultimo cinquantennio del XX secolo – vanno rinnovati per un duplice motivo: il primo perché per i prossimi cinque anni almeno non si avranno disponibilità di strutture analoghe a quella appena rinnovata, il secondo perché la Società aquilana dei concerti “Bonaventura Barattelli” deve riprendere il glorioso percorso culturale – tracciato da Nino Carloni che aveva una profonda idea della città – interrotto, o meglio “limitato”, ma pur sempre valido, dal tremore della terra del 2009.

Insomma, dal 2 maggio prossimo una buona fetta della città riprenderà a palpitare nel segno bernardiniano, a cui dovrà aggiungersi la musica, per ricreare l’anima secolare aquilana.

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