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«La Liberazione raccontata da mia nonna»

di Camilla Elleboro

Chiunque sia in grado di raccontare la storia è un testimone prezioso, perché custodisce la memoria e la protegge dalla polvere dell’oblio.

Ad esempio, mia nonna aveva solo quattordici anni quando, nel 1943, l’esercito tedesco colpì con dei feroci e assidui bombardamenti il suo paese, Ceprano, tristemente noto per le vicende della seconda guerra mondiale. Vittime di rastrellamenti e razzie, i Cepranesi, come mia nonna e la sua famiglia, furono costretti a fuggire verso un paese vicino, Falvaterra. «Nella fuga, spesso, ci si feriva, ma raggiungere l’ospedale militare, sede di un convento dei frati cappuccini, non era semplice e ci arrangiava come si poteva», racconta.

Mia nonna ricorda bene ogni dettaglio e descrive ogni immagine con molta cura: la fine della guerra è impossibile da dimenticare. Si diffusero voci, inizialmente confuse e incerte, poi man mano sempre più reali, che annunciarono esultanti che quella guerra, che sembrava infinita, era giunta invece a un epilogo. La festa e l’euforia cessarono nel momento in cui si guardarono intorno e contarono i morti della guerra e del momento post-bellico, a causa dell’epidemia di malaria: a Ceprano la quasi totalità del centro abitato venne distrutta.

Quando si parla della Liberazione, non solo bisogna citare l’esercito americano, di cui in alcuni paesi, per esempio, si diffidava, ma anche i partigiani, che si organizzarono in centinaia per liberare inizialmente i paesini di Abruzzo e Lazio. Nonostante le conseguenti situazioni precarie, come l’alloggio in case bombardate e disastrate, la sensazione di libertà e di gioia era palpabile.

Mia nonna, come credo tutti i sopravvissuti, si sente una donna fortunata, non solo ad esser scampata alla morte, ma anche per esser stata spettatrice e, allo stesso tempo, protagonista dello scenario di speranza, che, forse, dura ancora oggi.

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