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Voci dal Campo Prigionieri di Guerra 78 – Fonte d’Amore

di Valter Marcone

Ignazio Silone, ne “[i]L’avventura d’un povero cristiano[/i]”, parlando del monte Morrone e della Maiella, scrive: “[i]Negli stessi luoghi dove un tempo, come in una Tebaide, vissero innumerevoli eremiti, in epoca più recente sono stati nascosti fuorilegge, prigionieri di guerra evasi, partigiani, assistiti da gran parte della popolazione[/i]”.

Silone aveva incontrato uno scrittore sudafricano, Uys Krige, col quale aveva stretto una profonda amicizia. Krige era stato prigioniero nel Campo 78 di Fonte d’Amore, a pochi chilometri da Sulmona, con altre migliaia di soldati alleati, ed era riuscito a darsi alla fuga, dopo l’8 settembre 1943, raggiungendo le linee alleate.

Sulla sua fuga aveva scritto un libro: “[i]The way out[/i]”, tradotto in italiano con il titolo “Libertà sulla Maiella” (Vallecchi). Krige aveva dedicato il libro ad un contadino di Villa Giovina di Bagnaturo di Pratola, Vincenzo Petrella, che lo aveva aiutato nella fuga verso la libertà.

La storia dei nascondigli e delle fughe degli ex-prigionieri alleati è una delle pagine più belle della resistenza umanitaria abruzzese, tanto che lo storico inglese Roger Absalom la definisce “[i]A Strange Alliance[/i]” (Una strana alleanza). E il presidente della Repubblica Ciampi ha definito il libro “[i]E si divisero il pane che non c’era[/i]”, che ne raccoglie le storie: “[i]Bellissimo libro che hanno scritto gli alunni e gli insegnanti di una scuola di Sulmona e che io conservo gelosamente[/i]”.

Abbiamo parlato, nella [url”puntata precedente”]http://ilcapoluogo.globalist.it/Secure/Detail_News_Display?ID=118437&typeb=0[/url], ricordando il libro “[i]Terra della libertà[/i]” di storie straordinarie. Esemplari. Le parole dello storico inglese Roger Absalom, alla cui memoria il libro è dedicato e che ha amato la gente abruzzese, scrivendone le più belle pagine di quel tempo di guerra, meritano di essere ricordate e meditate: «[i]Ciò che successe in quel di Sulmona fu solo un tassello del mosaico dell’assistenza agli ex prigionieri che interessò tutta l’Italia centro-settentrionale. Mettendo tali tasselli pazientemente insieme, si può capire il sentire profondo di chi è stato ex prigioniero in quel momento della storia e di chi è stato coinvolto nell’aiutarlo. Mi sento, comunque, autorizzato a dire che a quella storia si può attingere anche adesso, come ad una fonte di reciproca comprensione, di antica saggezza, per riscoprire la nostra “umanità” e per sopravvivere, come dicevano le madri contadine, “facendo del bene”[/i]».

{{*ExtraImg_239693_ArtImgRight_300x130_}}Ricordiamo, in questa seconda parte, un’altra iniziativa. Quella di Rai storia che ha trasmesso un documentario, Partisan Kid, che racconta, nello scenario della Seconda Guerra Mondiale e delle dure battaglie della Brigata partigiana Maiella, la storia di un ragazzo di 14 anni che, diventato improvvisamente adulto, aiuta tre soldati alleati a fuggire dalla prigionia tedesca e si arruola nei partigiani per combattere in nome della libertà e del proprio Paese.

Partisan Kid Campo Prigionieri di Guerra n. 78 – Fonte d’Amore racconta anche come fu costruito per i prigionieri della prima guerra mondiale (1915-1918). Vi furono sistemati prigionieri di nazionalità austro-ungarica. Furono occupati ad operazioni di rimboschimento, lavori agricoli e artigianali. L’epidemia, la “spagnola”, provocò la morte di oltre 400 persone. Al cimitero comunale di Sulmona fu eretto un sacrario per ricordare i prigionieri di guerra austro-ungarici. Il Campo fu poi usato anche per i prigionieri alleati anglo-americani, catturati prevalentemente nella campagna d’Africa della seconda guerra mondiale, segnalato col n. 78. Vi erano reclusi oltre 3000 prigionieri.

{{*ExtraImg_239694_ArtImgRight_300x225_}}La vita nel campo era vissuta comunitariamente, come è stato da loro raccontato: “[i]Quello che avevamo era diviso comunemente uno per l’altro. Le nostre lettere divenivano di proprietà comune, lette ad alta voce; problemi di cibo, vestiario, freddo, malattia, melanconia venivano risolti da quello che chiamavamo lo spirito di Sulmona, “the Sulmona’s spirit”, quello spirito che ci coltivava, ci faceva respirare, tirare avanti, quello spirito che ancora oggi ci spinge e ci guida. . .[/i]” (cfr. “[i]Libertà sulla Maiella[/i]” di Uys Krige, “Non aver paura” di John Furman, “[i]Spaghetti e filo spinato[/i]” di J. Esmond Fox, “[i]Fuga da Sulmona[/i]” di Donald Jones, “La guerra in casa” di William Simpson, “[i]Linea di fuga[/i]” di Sam Derry, “[i]Oltre i muri[/i]” di Jack Goody, “[i]Un pranzo di erbe[/i]” di John Verney, ecc.)

{{*ExtraImg_239695_ArtImgRight_300x356_}}Quando i prigionieri del campo 78 fuggirono quasi in massa i tedeschi si accanirono a cannoneggiare le pendici del monte Morrone arrecando danni all’eremo di Sant’Onofrio. Qualche decennio dopo la fine della guerra fu l’instancabile mio maestro elementare Giuseppe Giampietro a promuoverne la ricostruzione delle strutture, come si vedono oggi, attorno alla celletta in roccia che fu l’eremo di Fra Pietro eletto papa con il nome di Celestino V. Proprio in quella cella gli fu comunicata la decisione del Conclave di Perugia che lo eleggeva al soglio pontificio. E a quella cella tornò per brevissimo tempo dopo aver rinunciato al pontificato e prima della fuga che lo portò al carcere di Fumone. I tedeschi cannoneggiarono il Morrone pensando che fosse rifugio dei fuggiaschi. In realtà molti di loro avevano invece raggiunto Bagnaturo, Marane e Sulmona. Dove avevano trovato accoglienza, assistenza da parte di uomini e donne che se ne occuparono in modo spontaneo e naturale. Ricordo mia madre che raccontava di aver nascosto nel mulino di Porta Sant’Antonio alcuni prigionieri di nazionalità inglese. Uno di loro, molti anni dopo, tornò a trovarla con tutta la famiglia a Sulmona.

Raccontano le voci nel documentario:

«[i]Partii con un convoglio il pomeriggio del 23 settembre; e circa due ore dopo arrivai in un campo, cinque miglia a nord di Sulmona. Lì ci ritrovammo con gli amici partiti coi convogli precedenti e ci affrettammo a farci descrivere tutti i particolari delle fortificazioni del campo, che erano riusciti a osservare. Un certo numero di ufficiali – compreso all’incirca fra dieci e cinquanta – aveva messo in atto un piano di fuga la notte precedente. Alcuni erano stati catturati mentre tentavano di evadere. Di conseguenza, i tedeschi avevano passato la giornata a rafforzare difese e fortificazioni. E avevano aumentato le sentinelle, piazzate le mitragliatrici, messi a fuoco i riflettori[. . .] Dopo un’ispezione generale, ci rendemmo conto che andarcene stava diventando un affare tutt’altro che semplice. Tutto quanto il territorio entro il quale eravamo tenuti prigionieri era circondato da un doppio recinto di filo spinato. Le sentinelle vi facevano la guardia, armate di torce e di altri mezzi anche più offensivi. Al di là del recinto esterno, erano piazzate le mitragliatrici con un buon campo di tiro[/i]».

E ancora:

«[i]La facciata del campo era quella tipica di ogni caserma, con posti di guardia e uffici[. . .] Ad una prima occhiata si poteva anche capire chi trovasse non proprio squallido quel luogo. Ma lo sfortunato che penetrava tra quelle mura spaventose avrebbe conosciuto quale crudele realtà si celava dietro quella facciata[. . .] Ora eravamo veramente chiusi da alte mura e da alte montagne, controllati da guardie armate sulle torri di controllo. Avvertivamo una sensazione di ineluttabilità e la maggior parte di noi sembrava rassegnata al fatto di dover restare lì per tutta la durata della guerra. Il luogo appariva uggioso, senza colore, senza il canto degli uccelli e il cinguettio monotono dei passeri; mi chiedevo quanto si potesse durare con una esistenza così opprimente [. . .] L’interno della baracca era un labirinto di letti a due piani, alti circa due metri, disposti così vicini che andare da una parte all’altra richiedeva una grande destrezza[. . .] E’ strano rilevare come uomini di varia estrazione sociale, diversi per lingua e costumi, credo e razza, imprigionati insieme per qualche crudele capriccio del fato, dominati con la forza, privati e spogliati della propria individualità e ridotti al solo comune denominatore di esseri umani, siano capaci di gettar via l’orgoglio e il pregiudizio per un legame di amicizia, trovando uno scopo di vita e lottando contro un comune nemico. Penso che questo sia uno degli aspetti della vita che può essere soltanto sperimentato, sfortunatamente, in circostanze infelici come queste. Che miracolo sarebbe se un simile cameratismo o spirito di corpo, chiamatelo come volete, prevalesse nella vita di tutti i giorni. Il mondo allora davvero sarebbe ad un passo dall’estrema utopia dei nostri sogni più cari[/i]».

«[i]Anch’io fui uno di loro, lasciai Sulmona, la sera del 24 marzo 1944. In quelle giornate, in quei mesi di tragedia e di gloria le popolazioni di queste regioni diedero prova di straordinario eroismo e di grande spirito umanitario. Possiamo ben dire che in quelle giornate, in quel momento di crisi profonda delle strutture dello Stato, rinacque l’Italia vera [. . .] Vedo qui oggi tanti giovani, che sono partecipi, con tutta la passione dei loro anni, di questa straordinaria manifestazione. Li esorto a riflettere su quanto profonde siano nell’animo degli Italiani le radici della democrazia [. . .] A voi giovani ripeto l’invito che rivolgeva a tutti gli uomini il vostro grande poeta Ovidio: guardate in alto, rivolgete sempre gli occhi alle stelle; abbiate ideali, credete in essi e operate per la loro realizzazione[/i]». (Carlo Azeglio Ciampi, Il sentiero della libertà : un libro della memoria.)

{{*ExtraImg_239696_ArtImgRight_300x225_}}William Simpson, per esempio, non metterà piede nel campo di concentramento n.78 perché, poco prima di arrivare, quando il camion su cui si trovava svolta verso Bagnaturo per raggiungere Fonte d’Amore, salta dal camion e si dà alla fuga. Incontrerà Mario Scocco e Roberto Cicerone che lo aiuteranno a nascondersi al Borgo Pacentrano. Si recherà a Roma, dove sarà ricatturato e incarcerato a Regina Coeli. Le sue peripezie sono narrate nel libro “[i]A Vatican Lifeline ‘44[/i]”, tradotto in italiano a cura del Liceo Scientifico Fermi di Sulmona col titolo “[i]La guerra in casa 1943-1944. La resistenza umanitaria dall’Abruzzo al Vaticano[/i]”.

«[i]Quando svoltammo dalla strada principale afferrai una barra sopra la testa, saltai sul sedile, poggiai il piede sinistro sulla coscia del londinese e mi accucciai. Da quel lato c’era una siepe alta. Il cuore mi batteva. Le marce grattavano. Il camion incominciò ad accelerare. Gelai. Era un suicidio. Il londinese, sforzandosi di tenere ferma la sua coscia, mi vide barcollare. “Vai, salta!” urlò. Mi lanciai fuori, oltre la siepe. Il pensiero del mitra della guardia attutì il mio impatto con il suolo. Rotolando, mi ricordai delle guardie sulle motociclette. C’era un fossato poco profondo oltre la siepe. Vi scivolai dentro, con la faccia a terra. I sidecar stridettero, abbordando la curva e rimbombarono mentre mi passavano accanto a distanza di pochi piedi. Il rumore svanì. Piegai un braccio, una gamba; si muovevano. Alzandomi, tolsi la terra e la paglia dalla mia uniforme inglese e dai pantaloncini color kaki, più adatti per il deserto. In quel piccolo campo il fieno era stato appena tagliato. . .

Sulmona si trovava a un miglio a sud. In lontananza, in un’ampia valle, proprio di fronte a me, si vedevano le rovine di una stazione ferroviaria bombardata. Ad est, dove si trovava il campo di Sulmona dall’inverosimile nome di “Fonte d’amore”, si ergeva l’enorme mole del monte Morrone. Più lontano, a sud, la grande e magnifica montagna della Maiella. I dintorni di Sulmona formavano una conca circondata da montagne. Dal tracciato della mappa in seta che avevo tolto dalla fodera della mia uniforme di guerra, prima che il giovane me la facesse sparire, riuscii a capire dove si trovava Sulmona. Avevamo percorso 50 miglia da Chieti; non c’erano altro che montagne. Andando diritto verso est, oltre il monte Morrone, la costa adriatica distava più di 40 miglia. Roma, una delle poche città segnate sulla mia mappa di stoffa, era a 100 miglia a ovest[/i]».

Lo storico inglese Roger Absalom, il maggiore esperto sui prigionieri di guerra alleati in Italia, parla di circa 80.000 prigionieri alleati in Italia. Al Campo 78 ve n’erano oltre tremila.

{{*ExtraImg_239697_ArtImgRight_300x267_}}Sono numerose le testimonianze scritte lasciate dai protagonisti: “[i]Non aver paura[/i]” di John Furman, “[i]Libertà sulla Maiella[/i]” di Uys Krige, “[i]Spaghetti e filo spinato[/i]” di John E. Fox, “[i]Fuga da Sulmona[/i]” di Donald Jones, “[i]La guerra in casa 1943-1944. La resistenza umanitaria dall’Abruzzo al Vaticano[/i]” di William Simpson, “[i]Linea di fuga[/i]“ di Sam Derry, “[i]Oltre i muri[/i]” di Jack Goody e, ultimo in ordine di tempo, “[i]Un pranzo di erbe[/i]” di John Verney, e altre non ancora tradotte in italiano. Sono pagine toccanti e straordinarie, che raccontano la solidarietà dimostrata dalla gente di Sulmona e della Valle Peligna, con il rischio del carcere e della fucilazione.

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