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Ad ovest di Santa Barbara

di Valter Marcone

“Santa Barbara amore mio” è il titolo della mia prima raccolta di poesie, pubblicata tanti anni fa.

Quando negli anni ottanta dello scorso secolo sono venuto a vivere a L’Aquila, dopo un breve soggiorno a via Acquasanta ho trovato casa a Santa Barbara. E lì, pur con qualche spostamento, sono rimasto ad abitare fino al giorno del terremoto. Un quartiere che per me è divenuto, nel tempo, il territorio dell’anima, l’immagine speculare di una città.

Il primo insediamento moderno, popolare, a ridosso del centro storico, con esigenze, bisogni e necessità che erano quelli di chi ci abitava. Mezzi di trasporto pubblici, verde attrezzato, traffico da controllare, servizi. Ma anche un incontro di umanità alla periferia di un centro storico (passando per via Roma si raggiungono a piedi i Quattro Cantoni in dieci minuti), una periferia con storie di periferia che possono apparire a volte di confine.

Il blog [url”http://osservatoriodiconfine.blogspot.it/”]http://osservatoriodiconfine.blogspot.it/[/url] è nato molti anni dopo grazie però a quella esperienza, nel tentativo di recuperare un mondo che andava scomparendo. Dopo trenta anni, alla fine del primo decennio del duemila, Santa Barbara era un altro quartiere.

Dopo il terremoto sono tornato più e più volte a Santa Barbara e nel silenzio delle finestre buie dei suoi edifici e delle sue strade, a volte ingombre di suppellettili abbandonate, ho riascoltato tante volte quelle voci, quei suoni, quei rumori che ne avevano fatto un quartiere vivo, ricco, una terra alle soglie del cuore, una terra a volte disarmonica eppure piena di accordi ancora vibranti, malgrado lo sconsolato sfacelo operato dal terremoto sui suoi muri, le sue porte, le sue finestre, i suoi giardini inselvatichiti, i suoi pavimenti e tetti schiantati.

Oggi Santa Barbara è stata quasi interamente ricostruita. Dalle voragini degli abbattimenti sono risorte quelle abitazioni, quelle piazzette, quei luoghi che parlano però un altro linguaggio. Sono in sostanza l’immagine anticipata di quello che sarà il centro storico ricostruito dell’Aquila.

Io non tornerò a vivere a Santa Barbara, come molti aquilani non torneranno a vivere a L’Aquila. “Ritorno a Santa Barbara” è dunque un ideale cammino, seppure per momenti e per immagini, per arrivare, con le poesie che saranno pubblicate nelle prossime settimane, ad un nuovo anniversario della data del terremoto nella speranza che siano semi e radici per guardare avanti ma anche per voltarsi indietro e aiutare chi si è attardato, chi non ce la fa, chi ha paura e chi è sfiduciato a riguadagnare il cammino. Che la strada si fa camminando.

Ad ovest di Santa Barbara

Ad ovest di Santa Barbara

ci sono le colline e poi le montagne;

sono venute anche qui

a visitarci le nuvole di Santa Barbara

e mentre mandiamo baci all’aria

diventano un’anima bianca

vestita di bianco con la sua profonda

profonda solitudine dentro.

Sono tornato a Santa Barbara

con una preghiera dentro al cuore,

diceva: dove posi i piedi tu

possa germogliare il colore dell’aria,

il sapore del vento, il calore

della nostra utopia. Se non disegni

la storia oggi non avviene domani.

Santa Barbara è tutta illuminata

nel recitativo delle cose

trattenute come le note dal pedale

d’un pianoforte e se la vita

mi ha trasformato in un vagabondo

a Santa Barbara ritorno

per camminare le alte montagne

le lune e il sole e imparare

a scrivere di nuovo le parole

prato, verde, cicale

per far entrare il giardino nel cielo.

Santa Barbara ti senti forse

una città, una strada?

Tu sei una soffice vela

qualcosa di rosa nei muri

ora raddrizzati, vestita da sposa

da sposa vestita,

smetti però di trasalire dentro, dentro

di te un brivido

per le parole senza tremito

dentro di te deprecazioni di scoperte,

quelle del cuore. Il cuore

sa lui di me

e di te Santa Barbara.

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