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Dal Brasile al Gran Sasso nel nome della fisica

Otto anni fa arrivò in Italia dal Brasile come ricercatrice visitante, in tasca due lauree in Fisica conseguite all’Universidade Federal do Paraná (Ufpr), concorsi e master, un dottorato in collaborazione con il Fermilab di Chicago e il Cern. Avrebbe dovuto trattenersi un anno, ma altri concorsi, assegni e post dottorati la fecero fermare ai Laboratori Nazionali del Gran Sasso, all’Aquila, dove ha incontrato quello che poi è diventato suo marito. Ora, a quasi 40 anni, con un figlio di tre, Ana Amelia Bergamini Machado è tornata in Brasile dove il marito, italiano, ha vinto un concorso; lei lo ha seguito con un contratto equivalente al “rientro di cervelli”. «Per me significa tornare in un posto dove i miei titoli professionali sono riconosciuti ed è estremamente facile trovare lavoro. Ma io avevo scelto L’Aquila come la città dove vivere per sempre».

La storia di Ana Amelia ha, ascoltando il suo italiano con un musicale accento brasiliano, un che di avventuroso e magico. Ed è un percorso alla rovescia. Mentre tanti fuggono dall’Italia, lei vorrebbe restare. Nata e cresciuta a Curitiba, città modello brasiliana, da studentessa considerava i Laboratori del Gran Sasso dell’Infn un mito. Dopo la laurea master in Fisica teorica nella Ufpr si trasferisce per il dottorato a Rio de Janeiro al Centro Brasileiro de Pesquisas Físicas (Cbpf), dove si dedica alla fisica sperimentale delle particelle. Lavora all’esperimento Focus presso il Fermilab di Chicago, poi segue interventi sull’hardware per la camera di muoni dell’esperimento LHCb al Cern di Ginevra. «In quel momento emergeva in Brasile un progetto molto interessante: costruire un rivelatore di neutrini vicino alla nostra centrale nucleare. Il lato pratico del progetto era poter fare un controllo nucleare basato sul flusso di antineutrino. Nella collaborazione c’erano persone dei Laboratori del Gran Sasso. Ho finito la tesi di dottorato il 27 febbraio 2007, il giorno dopo scadevano i termini per mandare un progetto di post dottorato al Conselho Nacional de Desenvolvimento Científico e Tecnológico (CNPq), agenzia del Ministero Scienza, tecnologia e innovazione, l’equivalente brasiliano dell’Infn. Sono arrivata in Italia come ricercatore visitante a maggio 2007, il post doc con l’esperimento Lvd partiva a luglio. Dovevo stare qui solo un anno…».

Nei primi anni della permanenza in Italia Ana Amelia cerca e trova documenti del bisnonno, nato a Verona nel 1863. E a febbraio 2009 viene riconosciuta cittadina italiana juris sanguinis. «In Brasile c’è un detto: ‘il tuo posto non è dove sei nato, ma dove ti senti a casa’. Così era L’Aquila per me. Ma il 6 aprile 2009 il terremoto ha rubato la mia città».

Ana Amelia ottiene un contratto al Max Planck Institute di Heidelberg per lavorare nell’esperimento Gerda in funzione al Gran Sasso. «Ero di nuovo felicissima. Poi mio marito Ettore prova un concorso nella seconda università brasiliana. E lo vince». Lui, dopo l’esperienza sul prototipo del rivelatore Icarus T600 e vari assegni di ricerca, è stato per anni ricercatore precario dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. «Poco tempo fa, avevamo già deciso di trasferirci – continua Ana Amelia – mi arriva una lettera del ministero dell’Università e Ricerca: l’Italia mi riconosce l’abilitazione all’insegnamento. Non sapevo se ridere o piangere. In Brasile a 19 anni ero già professoressa alle superiori, abilitazione non valida qui. A 32 avevo insegnato all’Università. Ora alcuni sono convinti che io sia felice di tornare nel mio Paese. Io non replico, perché non capirebbero mai che io, il mio Paese, l’ho lasciato».

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