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Sanremo: seconda serata tra ospiti e nuovi look

di Marzia Ponzi

Nel bene e nel male Sanremo prosegue. Gli ascolti della prima serata hanno dato ragione a Conti e così la seconda serata è tutta in discesa. Di certo è decisamente più ricca e movimentata della prima: super ospiti di grande fascino, nuove canzoni, nuove proposte e soprattutto nuovi look.

Iniziamo da Arisa che, come già detto, veste Daniele Carlotta. La novità è che ora abbiamo anche il nome del designer delle ironiche scarpe che completano i look della cantante lucana. Si tratta di Giannico, al secolo Nicolò Beretta, diciannove anni e un talento straordinario che lo ha reso precocemente uno dei più promettenti designer del panorama glamour mondiale. Con Carlotta è, come dice lui stesso: «un’unione che funzione benissimo» e infatti i due outfit che Arisa ha sfoggiato ieri sera erano entrambe stilosi ed eleganti. Il primo in particolar modo. La jumpsuit con i panta palazzo strutturati di ispirazione manlike e corpetto seducente è proprio il tipo di abito che meglio incarna la personalità di Arisa che sembra in questo Festival seguire solo una regola: mai prendersi troppo sul serio.

Emma invece per la seconda serata cambia completamente registro, archivia Scognamiglio e sceglie Dolce & Gabbana. Non mi ha convinto del tutto. Sì per il corto che la slancia, sì per il colore acceso, sì per il rosso che le illumina il viso ma no per la gonna svasata e no per il pizzo a profusione. Sì per il dandy-style e sì per il sandalo iperfemminile a contrasto con lo smoking ultramaschile. Insomma, tutto sommato, diciamo che è una promozione con riserva. Il vero grosso problema qui è la mancanza dello styling. I maligni dicono che si sia comprata i look da sola e ci sono fotografi disposti a giurare di averla immortalata nelle boutique proprio nell’atto di acquistare gli abiti incriminati. Il self-made non è un crimine, anzi, ma indossare i look di un brand in maniera identica a come questo li ha proposti in passerella piuttosto che in campagna pubblicitaria, con tanto di accessori e beauty style, quello sì, è un grosso scivolone a meno che tu ne non sia la testimonial ufficiale.

Sulla spagnola non mi dilungherei perché è tutto perfetto. Gli abiti di Cavalli Couture sono eleganti, da sera, perfettamente pertinenti, le stanno perfettamente e anche i capelli, sciolti, erano finalmente perfetti. Tutto talmente perfetto da poter essere archiviato con una sola domanda: perché Rocìo ha fatto perfettamente finta di commuoversi nel passo a due sulle note di Mango? Non credo, francamente, che lei conoscesse il compianto Giuseppe fino a tre, massimo quattro giorni dall’inizio del Festival. Poco importa, la lacrima forzata così come il riso dovuto sulla fiducia a certi comici, sembra il vero comun denominatore della kermesse canora, almeno fino ad ora.

Passiamo alle concorrenti. Un po’ deludente il modesto abito di Westwood sfoggiato da Nina Zilli. Lei è bellissima ed ha delle gambe statuarie ma se si sceglie la regina del punk bisogna anche essere disposti ad abbandonare la sensualità in favore di uno stile preciso che non si può stravolgere né trasmutare. Lo stile clochard-chic di Vivienne è talmente surreale da risultare elegante e ricercato anche se mal abbinato ma in ogni caso la parola d’ordine è coprire, sovrapporre e l’asimmetria deve essere valorizzata da accessori e orpelli. Speriamo meglio per le altre sere. Bianca Atzei invece al contrario è minuta ed esile, apparsa anche ulteriormente dimagrita rispetto al solito. L’abito di Antonio Marras con corpetto ricamato e gonna plissettata trasparente è stupendo ma copre completamente la sua figura e lei scompare, come in soffio, se non fosse per la potente voce. Esattamente al contrario della Zilli, la Atzei dovrebbe tenere a mente un unico suggerimento “less is more”, il corto anzi cortissimo per lei è un diktat.

Passiamo poi alla sconvolgente trasformazione prontamente annunciata e mai avvenuta di una “finalmente libera” Anna Tatangelo. A parte la trovata del cambiamento creata ad uso e consumo di giornali e gossip utili alla causa, il look di Anna è stato forse il più azzeccato della serata. Elegante ma non stucchevole come spesso risulta l’Haute Couture, l’abito black and white del talentuoso Francesco Paolo Salerno è perfetto da tutti i punti di vista: essenziale, moderno e chic, per lei un bel dieci e lode.

Per il resto è d’obbligo una citazione alle due super ospiti. La prima, Charlize Theron, è l’unica che riesca a mettere d’accordo veramente tutti. La sua bellezza non è una questione di gusti, lei è inopinabilmente la donna più bella del mondo! Eterea e delicata come nessun’altra ha illuminato l’Ariston con una semplicità disarmante. Non credo di ricordare neanche cosa indossasse, tanto non fosse rilevante (se fosse scesa con un sacco di juta avvolto, sarebbe risultata egualmente fine). L’altra, Conchita Wurst è proprio il suo alter ego, l’imperfezione che vince sull’avvalorata irreprensibilità, l’altra faccia della bellezza. Un uomo vestito da donna, con la barba e una voce d’angelo: così, sembra volerla liquidare velocemente un imbarazzato e quasi disgustato Carlo Conti che continua a rivolgersi all’artista esclusivamente al maschile mentre la traduttrice Olga Fernando traspone intelligentemente al femminile. Ma non importa. Conchita è un’artista straordinaria che porta con sé un fardello ben più pesante da sopportare del semplice imbarazzo di un bigotto conduttore: quello di rappresentare i diversi, gli ultimi, gli emarginati e lo fa con una sensibilità e un garbo che parlano più di mille parole e la voce tremante di un’emozionata Emma che ringrazia l’artista della sua presenza ci riscatta di tutta la vergogna, che, da italiani, abbiamo provato qualche istante prima, ovviamente non per Conchita. Ed ora, che Sanremo prosegua pure.

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